Una panchina di pietra, un portico, coperte tirate su alla meglio. A pochi passi, l’ingresso della nuova Caritas: luci spente, porta chiusa. Il luogo che dovrebbe offrire riparo diventa lo sfondo paradossale di un giaciglio di fortuna, un’immagine che sembra un cortocircuito tra slogan e realtà.
“Questa è l’inclusività e la funzione che tanto acclamavano… bene, complimenti!”, sottolineano i residenti che non capiscono perché due persone debbano dormire fuori da una struttura vuota o inaccessibile.
La domanda successiva è altrettanto dura: non hanno le carte in regola per entrare? Se è così, perché viene comunque consentito di orbitare e bivaccare all’esterno, spesso in stato di alterazione e con atteggiamenti aggressivi verso chi abita lì? Secondo il racconto di una cittadina, infatti, pochi giorni fa, due persone anziane, spaventate, hanno dovuto chiamare le forze dell’ordine. Non è dunque solo un tema di decoro; è una questione di sicurezza, salute pubblica e convivenza.
Al di là delle falle del sistema, l’accoglienza non è una targa sul portone: è una porta che, quando serve, deve aprirsi davvero. Finché resterà chiusa, quell’immagine continuerà a gridare un paradosso che la città non può ignorare.