Nel cuore dell’autunno del 1943, quando l’Italia è spaccata tra occupazione tedesca e Repubblica Sociale e la caccia agli ebrei è quotidiana, una ragazza scende dal treno alla piccola stazione di Cesenatico. Si chiama Emma Senigaglia: le leggi del 1938 l’hanno già cacciata dai banchi di scuola, ora la minaccia è diventata carcere e deportazione. Con lei viaggiano la madre, la sorella e la nonna di ottant’anni. Scelgono il mare come nascondiglio: una cittadina periferica, d’inverno, può sembrare più anonima di una grande città. E a Cesenatico qualcuno li aspetta.
La cronaca ricostruita da Davide Gnola nel volume “Cesenatico nella storia” racconta una rete minuta e decisiva: Nino e Giulia Fiorini, e il celebre “Marchino” del ristorante-albergo accanto alla stazione, li aiutano nelle prime ore. Poi il trasferimento in alloggi di fortuna lungo viale dei Mille e viale Carducci, tra valigie leggere e finestre sempre socchiuse. Non c’è solo il timore dei rastrellamenti: il pericolo, scrive Gnola, è anche la riconoscibilità. Un saluto “di troppo”, un volto incontrato altrove possono tradire la loro condizione di ebrei. E c’è la fame: la famiglia vive in clandestinità, senza carte annonarie, e ogni pasto va cercato con prudenza, elemosinando briciole nella rete dei conoscenti.
Fuori dalle stanze basse dove Emma trattiene il respiro, il Paese si lacera: dopo l’8 settembre i nazisti e le Brigate Nere rendono la costa un territorio d’insidie, mentre la popolazione tenta di sopravvivere tra bombardamenti, requisizioni, delazioni. È lo scenario cupo che il libro tratteggia per la Romagna e per Cesenatico negli ultimi mesi di guerra.
Eppure, in quel lembo d’Adriatico, la normalità del male non cancella la banalità del bene: piccoli gesti, porte aperte, un piatto condiviso. Emma e i suoi resistono così, giorno dopo giorno, fino allo sbarco degli Alleati in zona e alla liberazione del territorio, quando l’incubo si allenta e la città rialza le saracinesche alla luce. La loro fuga finisce senza clamore, come era cominciata: in silenzio. Ma il silenzio, talvolta, è la forma più alta della salvezza.
