7 Novembre, 2026 Cesenatico

Il righello e il tribunale: la scuola di ieri e quella di oggi

Cinquecento, mille, fino a cinquemila euro di multa? No: cinque anni di reclusione. A Rimini un’insegnante rischia una condanna pesante per urla, minacce, umiliazioni. È un fatto che fa discutere perché tocca una corda scoperta: la scuola come luogo “sacro” e insieme fragilissimo, dove la parola può essere cura o ferita. 

E inevitabilmente, davanti a un’aula di tribunale, la memoria collettiva fa un salto all’indietro: ma allora, i nostri insegnanti di ieri, quelli con il righello in mano e il metodo spiccio, dove sarebbero finiti? Quanti processi, quante aule giudiziarie, quante carceri dovremmo riempire, se applicassimo lo stesso metro alle biografie scolastiche di mezzo Paese?

Riavvolgiamo il nastro. C’era il rimprovero urlato come pedagogia, l’umiliazione come “lezione di vita”, la punizione come scorciatoia didattica. C’era l’idea – oggi quasi inconcepibile – che la paura fosse un ingrediente necessario dell’apprendimento. E in tanti, a raccontarselo, lo dicono con un sorriso ambiguo: “A me ha fatto bene”. Forse perché l’alternativa sarebbe ammettere che non era normalità, ma abitudine; non era autorevolezza, ma potere; non era disciplina, ma sopraffazione travestita da educazione.

Eppure la contemporaneità ci impone un’altra grammatica. Non perché i ragazzi siano diventati “più deboli”, come ripete la retorica nostalgica, ma perché la società – finalmente – ha iniziato a distinguere tra conflitto educativo e violenza. Tra alzare la voce una volta e costruire un clima di intimidazione. Tra l’errore umano e la sistematicità. Soprattutto quando in mezzo ci sono bambini con fragilità, disabilità, bisogni speciali: lì, l’abuso non è un eccesso di severità, è un tradimento della funzione stessa dell’insegnante.

Qui sta la vera dicotomia: non tra “ieri si poteva” e “oggi non si può”, ma tra due idee di scuola. La prima vede l’aula come un luogo dove l’adulto ha sempre ragione e il bambino deve adeguarsi. La seconda considera l’aula uno spazio di crescita dove l’adulto ha responsabilità aggiuntive, non privilegi. E allora sì: oggi l’insegnante deve rimanere nei ranghi. Ma non per addomesticamento burocratico o paura del giudice: per tutela della dignità di chi è più piccolo.

Questo non significa trasformare ogni scatto in un capo d’imputazione, né ignorare la fatica reale di chi insegna tra classi affollate e risorse insufficienti. Significa, però, smettere di confondere l’educazione con la forza. Perché il righello, anche quando non colpisce, fa comunque rumore. E quel rumore, in molti, lo sentono ancora.

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