L’invito di Davide Lacerenza all’Indie Club di Cervia, lo scorso 5 aprile, ha suscitato polemiche. Il locale è noto per essere frequentato in larga parte da giovanissimi, spesso minorenni, e la presenza di un ospite con un passato giudiziario così rilevante ha inevitabilmente acceso il dibattito.
Lacerenza, 60 anni, è stato infatti coinvolto nell’inchiesta sulla cosiddetta “Gintoneria” di Milano, un’indagine che ha portato alla luce un sistema di sfruttamento della prostituzione, spaccio di sostanze stupefacenti e autoriciclaggio. Nell’ottobre scorso ha patteggiato una condanna a 4 anni e 8 mesi. Non si tratta dunque di una figura controversa in senso generico, ma di una persona associata a reati gravi e recenti.
È da qui che nasce la domanda: è opportuno portare un personaggio simile davanti a un pubblico così giovane, in un contesto che lo espone come ospite, tra foto, autografi e visibilità?
La questione è legittima. Ma fermarsi all’indignazione rischia di non cogliere tutta la complessità. I luoghi dell’intrattenimento — discoteche, eventi, social — non sono, e probabilmente non saranno mai, presìdi educativi. Rispondono a logiche di richiamo, curiosità, talvolta anche di provocazione. Si può discutere se questa scelta sia stata opportuna, ma è difficile pensare che da questi spazi passi la costruzione dei modelli.

Il punto, allora, si sposta. I ragazzi oggi crescono in un ambiente dove la visibilità è spesso scollegata dal valore, e dove figure molto diverse tra loro vengono messe sullo stesso piano. Incontreranno inevitabilmente persone discutibili, storie ambigue, personaggi che non rappresentano esempi.
La vera sfida non è evitarlo, ma dare loro gli strumenti per leggere queste presenze. Sapere chi si ha davanti, distinguere tra notorietà e credibilità, comprendere che una foto o un momento condiviso non equivalgono a una legittimazione.
Questo non significa assolvere chi organizza eventi, la responsabilità esiste, soprattutto quando il pubblico è giovane. Ma non basta attribuire colpe. Perché nessun palco, da solo, costruisce valori.
Quelli si formano altrove, nel dialogo, nell’educazione quotidiana, nella capacità di spiegare che esistono anche figure negative, e che incontrarle non significa emularle.
Forse la domanda più utile, allora, non è solo chi invitiamo davanti ai ragazzi. Ma come li prepariamo a riconoscere davvero chi hanno davanti.
