A forza di rispondere a numeri sconosciuti, promozioni, proposte commerciali e richiami insistenti, capita che la soglia di tolleranza si assottigli. È in questo clima di esasperazione che, secondo quanto ricostruito, un 40enne di Cesenatico si sarebbe lasciato andare a un’uscita pesante durante una telefonata con un centralino: parole offensive e insulti a sfondo sessista rivolti direttamente alla centralinista.
Un errore grave, prima ancora che per le conseguenze legali, per il significato: trasformare il fastidio verso un sistema di contatti giustamente percepito come invadente in un attacco personale, e per di più discriminatorio, contro chi dall’altra parte sta semplicemente lavorando, non può avere alcuna giustificazione.
È comprensibile che le chiamate ripetute possano innervosire, soprattutto quando arrivano nei momenti meno opportuni o con toni insistenti. Ma la frustrazione non autorizza a umiliare qualcuno, né a ricorrere a etichette sessuali e volgarità.
A rendere la vicenda ancora più delicata c’è un dettaglio ormai noto: molte chiamate dei call center vengono registrate, per ragioni di qualità, formazione e tutela. Proprio la presenza di una registrazione avrebbe spinto l’azienda coinvolta — con sede a Bologna — a valutare la linea dura e a procedere per vie legali nei confronti dell’uomo.
La storia, al di là dei singoli protagonisti, mette in evidenza un nodo attuale: la pressione commerciale può essere percepita come aggressiva, ma la risposta non può mai diventare violenza verbale, tantomeno sessista. Chi riceve telefonate indesiderate ha strumenti e diritti per tutelarsi; chi lavora al centralino ha diritto alla stessa cosa: rispetto.