Quando il mondo ricomincia a fare rumore, qualcuno apre il cassetto delle idee d’emergenza e trova sempre la stessa posata: “ripristiniamo la leva”. È un riflesso nazionale, tipo “metti un maglione” detto a luglio. Solo che qui non si parla di raffreddore: si parla di guerra, e di un’Europa che teme di restare senza ombrello difensivo mentre gli Stati Uniti mandano un messaggio: “ci sentiamo”.
Capisco l’ansia. Capisco anche la nostalgia di quando “il militare” era un rito collettivo: capelli corti, amicizie cementate dal rancio e dalla naja. Se l’abbiamo fatto noi, perché non loro? Perché loro non sono “meno”: sono altro. E vivono in un Paese che ha disinvestito sulla difesa come sulla manutenzione: finché regge, tutti bravi; quando scricchiola, si chiede ai tirocinanti di reggere i piloni.
I ventenni di Cesenatico – come quelli di Milano o di Caltanissetta – non sono cresciuti con l’idea che la cittadinanza passi dalla mimetica. Sono cresciuti con l’idea che lo Stato sia un’app, spesso in crash, e che le guerre stiano nei videogiochi: respawn, patch, “fine partita”. Poi arriva la realtà, che non concede tutorial. E noi pensiamo di risolverla con un richiamo obbligatorio, come se la motivazione fosse un modulo.
La leva oggi sarebbe frizione culturale: non perché i giovani siano molli, ma perché parlano altri linguaggi. Hanno imparato reti, autonomia, diffidenza verso gerarchie cieche. In caserma servono obbedienza, tempi lunghi, disciplina fisica. Loro sono stati addestrati a velocità e aggiornamento continuo. Metterli in fila per tre non li “forma”: li spegne. E uno spento non difende: aspetta la fine del turno.
Se vogliamo sicurezza, la risposta non è costringere: è costruire. Investire in professionisti, tecnologia, logistica, difesa civile; creare riserve volontarie serie; rafforzare un servizio civile che alleni competenze utili in emergenza (sanità, territorio, cyber). E smettere di chiedere ai ragazzi di pagare con un anno di vita l’incuria di trent’anni.
La leva può restare un’idea sul tavolo. Ma oggi è un tavolo traballante. E i diciottenni non sono il chiodo mancante: sono il promemoria che il futuro non si difende rimettendo in funzione il passato.