C’è un momento, nell’intervista a Mascia Ferri sul Corriere della Sera, in cui la morale arriva senza fare la morale. Parla del famoso calendario con Alessia Fabiani e lo definisce “trash”. Potrebbe fermarsi lì, all’alzata di spalle comoda di chi si ripulisce la biografia. Invece no: “Lo rifarei”, dice. E in quelle due parole c’è una lezione che vale più di mille editoriali sul costume, sul decoro, sulla “tv di una volta” e sulla “tv di oggi”.
Perché lo rifarei? Per una ragione semplice e quasi impopolare: perché non si rinnega ciò che ti ha portato fin qui. Perché quel calendario è stato lavoro, cachet, esposizione. È stato un pezzo di industria dell’intrattenimento, con i suoi codici e le sue luci al neon. E sì: è stato anche una forma di “notorietà immortale”, quella che ti resta addosso come un soprannome – La Panterona – e ogni estate ti torna in faccia sotto forma di “posso fare una foto?”.
Ecco la lezione di fine anno: la vergogna non è il trash. La vergogna è l’ipocrisia. Quella di chi oggi si mette in posa da puro, da austero, da “non ricordo”, da “non ero io”. Come se il passato fosse un peccato da cancellare invece che un capitolo da rileggere. Come certi attori che hanno costruito una carriera sul b-movie e poi, raggiunto il salotto buono, fingono di non conoscere i titoli che li hanno nutriti. Da Lino Banfi ad Edwige Fenech, la lista è lunga, e non serve fare i processi: basta guardare il riflesso nello specchio del nostro bigottismo culturale.
Mascia, invece, sta ferma. Non chiede assoluzioni e non spara sermoni. Dice: rifarei tutto. E in quel “rifarei” c’è uno spot contro i moralisti a gettone, contro le mani sporche che si lavano in diretta, contro l’idea che esistano percorsi “giusti” e percorsi “imbarazzanti”. La vita non è una cartella stampa: è un archivio. E certe pagine non si strappano. Si accettano.
Alla fine, la sua lezione è brutale e liberatoria: se hai fatto trash, abbine cura. Se ti ha dato pane, ringrazialo. Perché peggiore del trash, davvero, c’è solo chi lo rinnega.
