Partiamo dal centro della questione. Laura Pausini ha preso parte all’udienza con Papa Leone XIV e, tra ieri e i giorni scorsi, ha collegato l’evento alla consegna del suo Global Icon Award di Billboard Women in Music, “alla presenza del Santo Padre”. Il risultato? Un racconto confezionato per i social: immagini, rassegna stampa, narrazione istantanea. Tutto perfettamente in linea con il linguaggio dell’autopromozione contemporanea. Ma è proprio questo il punto: quando l’udienza privata diventa un asset di marketing, il confine tra devozione e operazione di brand si fa labile, e il messaggio spirituale evapora nell’estetica del like.
Naomi Campbell, presente allo stesso appuntamento, ha fatto l’esatto contrario: non ha postato nulla. Nessuna foto con il Papa, nessuna story dal Vaticano, nessun “dietro le quinte”. Un gesto semplice che suona come una presa di posizione culturale: ci sono momenti che non chiedono pubblico e che proprio per questo parlano più forte. In tempi di esposizione permanente, la riservatezza è un atto rivoluzionario.
Solo dopo viene tutto il resto. La domanda alla Chiesa: perché permettere che un’udienza privata scivoli nel set di una campagna personale? È legittimo dialogare con la cultura pop, ma la discrezione dovrebbe essere parte del protocollo. E la domanda al sistema dello spettacolo: siamo davvero costretti a monetizzare qualsiasi gesto, anche quello che per tradizione invoca raccoglimento?
Rinunciamo a questa pratica brutta: l’udienza non è un red carpet né un trailer. Se vogliamo restituire dignità a certi incontri, prendiamo esempio da Naomi: meno palcoscenico, più sostanza. Il silenzio, a volte, è la comunicazione più autorevole. E vale più di qualsiasi like.