C’erano sere in cui Cesenatico suonava come un’orchestra. Le luci del porto canale sembravano far capolino nei bicchieri e le insegne dei Grandi Locali – Kamikaze, la Nuit, il Lanternino, il Peccato Veniale – dettavano il ritmo a una città che ballava senza guardare l’orologio.
Al Dancing Caravella, estate 1969, una ragazza dal sangue marchigiano, con il sorriso educato e il fisico da pin-up, venne incoronata “Miss Italia”. Si chiamava Mariella Sabbatini. In giuria, in quella notte che l’Adriatico ricorda ancora, c’erano Walter Chiari e Gino Bramieri. Quando il verdetto si posò sul suo nome, partì l’inno: un tricolore invisibile srotolato sopra i tavoli, tra i brividi e gli applausi.
Cesenatico allora era capitale del divertimento notturno, fiera e generosa, dove si arrivava per sentirsi vivi. La Caravella aveva per padrone Brighi; in finale con Mariella – raccontano le cronache del tempo – c’erano una olandese e un’austriaca. Vinse lei, con quella bellezza pulita che non sfida ma ti invita. Eppure il destino, dispettoso, lasciò una piega sulla memoria: il fotografo, emozionato, si scordò di agganciare il rullino. Poche foto, quasi nessuna. Come a dire che certi momenti sono fatti per essere custoditi a voce bassa, passandoli di mano in mano, come una conchiglia d’inverno.

Mariella portava in dote la concretezza marchigiana, ma si innamorò di un bel ragazzo romano dalle radici romagnole: i genitori di Orazio Guandalini, il giovane che sarebbe diventato suo marito, venivano infatti da Borello di Mercato.
In quell’Italia che correva verso i Settanta, lei divenne per una stagione il volto di una costa perennemente in pailettes. Poi arrivò la vita vera, quella che conta: Orazio. Lui la conobbe al rientro dal militare, fatto in Sardegna. Si scelsero e, per sessant’anni, si sono tenuti per mano, fino a quando l’agosto del 2024 ha portato via Mariella per il Covid, poco prima dell’anniversario di diamante.
Orazio, sangue caldo e passo leggero, ogni estate torna a Cesenatico. È di casa all’Hotel Cristallo dell’amico Cesare Montanari; grande estimatore del mitico conte Minarelli, cugino dei proprietari di Villa Rita (oggi hotel Stefania), nei ricordi sorride quando ripensa alla cara amica Claudia Antolini, figlia dei gestori dell’allora Hotel Venere, con cui – a quei tempi – faceva incetta di trofei di Twist.
Orazio balla ancora: latino, liscio, quello che capita. È un ballerino vero, di quelli che non contano i passi ma l’abbraccio. Si rammarica soltanto di una cosa: “Oggi a Cesenatico non sai più dove andare a ballare. La città dei locali con i nomi da romanzo non c’è quasi più. La musica ora rimbalza tra i telefoni dei giovani; allora riempiva le piazze”.

Eppure, quando Orazio attraversa il lungomare, sembra di sentire un eco. Al Kamikaze, alla Nuit, al Lanternino, le risate tornano a sbattere contro le persiane; Cesenatico si riallaccia il papillon e fa un inchino. Lì, in quell’angolo dove l’Adriatico fa da specchio, Mariella ce la ricordiamo sempre in bianco e nero, con l’aria di chi sa che il vero stile è la gentilezza. Miss Italia per un’estate, signora per tutta la vita.
Forse è giusto così: di quella sera ci restano poche foto ma un racconto nitido. Una città che fu capitale della notte, un amore lungo sessant’anni, un valzer che continua in punta di piedi. Quando parte l’inno, non è solo il ricordo di una corona: è Cesenatico che si riconosce, e si applaude.








