Oggi ci fermiamo in un luogo che spesso si immagina solo come un rifugio di emergenza, ma che in realtà è uno spazio di relazioni, responsabilità e scelte quotidiane difficili: il canile di Cervia che, fino allo scorso dicembre, si occupava anche del ricovero dei cani di Cesenatico.
Sotto la lente – grazie al racconto di una delle responsabili di ARCA2005 Simona Arfilli – il lavoro silenzioso dei volontari che, giorno dopo giorno, sacrificano tempo, energie e pezzi della propria vita personale per prendersi cura di chi non ha voce. Un impegno fatto di gesti concreti, competenze, fatica emotiva e passione autentica per capire cosa significa davvero farsi carico di un bene fragile come il benessere degli animali. Simona è stata l’ospite dell’ultima puntata di “PodcArt”, il podcast di Cesenatico creato da Art Mbt.
Simona, quali sono oggi i valori e la missione di ARCA2005 e del canile di Cervia? Cosa vi guida nelle scelte quotidiane?
I valori sono quelli di sempre: benessere, rispetto e diritti degli animali a 360 gradi. E quando diciamo “a 360 gradi” non è uno slogan: significa occuparsi dell’animale nella sua interezza, nella sua quotidianità e nel rapporto con le persone. Vuol dire fare prevenzione, informazione, supporto e, quando serve, anche porre dei limiti. A guidarci è la passione, certo, ma anche un forte senso di responsabilità. Perché un canile non è un “parcheggio”: è un luogo dove le scelte che fai oggi cambiano la vita di un animale domani.
Quanto contano le campagne di sensibilizzazione sul territorio?
Per noi sono fondamentali. Non basta intervenire quando il problema è già esploso, bisogna lavorare prima: spiegare, far conoscere, far capire. È per questo che andiamo nelle scuole e riceviamo i bambini in canile più volte all’anno: dall’asilo alle primarie e oltre. Con i più piccoli fai un lavoro prezioso, perché imparano un’idea semplice ma rivoluzionaria: l’animale non è un oggetto, non è un gioco, non è un capriccio. È un essere vivente con bisogni reali. E poi facciamo attività anche con gli anziani, perché portare un cane, anche solo per un momento di relazione, è un modo per creare benessere reciproco: fa bene alle persone e fa bene agli animali.

Quando una persona arriva in canile e dice “voglio adottare”, cosa fate per accompagnarla verso una scelta consapevole?
La prima cosa che cerchiamo di fare è rallentare l’impulso. Oggi spesso si sceglie un cane per moda, per una foto vista online o perché “mi piace”. Noi invece vogliamo trasformare quel “mi piace” in un “sono pronto”. L’iter parte da una visita: a volte la persona ha visto il cane sui social, a volte arriva in struttura. L’operatore spiega le caratteristiche dei cani e poi si compila un questionario conoscitivo, con domande su nucleo familiare, tempi, casa, recinzione, presenza di altri animali. Non è burocrazia: serve a evitare errori che poi pagano gli animali. Dopo il questionario facciamo un colloquio con la famiglia, perché può capitare che sia d’accordo solo una parte, e noi vogliamo capire se la scelta è davvero condivisa. Poi iniziano gli appuntamenti con gli operatori: momenti dedicati all’avvicinamento cane-famiglia. Se c’è già un cane, lo si porta in struttura per valutare l’inserimento; se c’è un gatto, si lavora a domicilio, perché il gatto non lo sposti. E infine la visita a casa: non ci interessa il divano, ci interessa la sicurezza. Se la recinzione non è adeguata e il cane è un saltatore, non possiamo fare l’affido: se scappa e viene investito, il nostro lavoro e la sua vita rischiano di finire lì.
Come vi comportate invece dopo l’adozione?
Rimaniamo presenti. Per noi l’adozione non è un atto che si firma e si archivia. Restiamo in contatto e ci rendiamo disponibili: consigli, dubbi, difficoltà, anche piccole. È un modo per sostenere le famiglie e prevenire le rinunce. E nei rarissimi casi in cui davvero non c’è alternativa, il cane rientra da noi: anche se l’adozione è avvenuta lontano, in un altro comune o in un’altra regione.
Qual è l’errore più grande che vedete commettere quando le persone scelgono un cane?
Non conoscere le caratteristiche del cane e non avere chiaro cosa comportano nella vita quotidiana. Anche un meticcio spesso “porta con sé” tratti sostanziali di razze riconoscibili: se somiglia a un maremmano, a un pastore tedesco, a un malinois o a un terrier di tipo bull, qualcosa di quel tipo c’è. E quelle caratteristiche non sono un dettaglio: incidono su energia, gestione, bisogni di attività, sensibilità. Un altro errore enorme è pensare al cane “da giardino”. Il giardino è uno spazio in più, non un sostituto della relazione. Il cane è un animale sociale, ha bisogno di famiglia, di uscire, di fare esperienze, di avere regole e presenza. L’isolamento, anche se “sembra comodo”, è una forma di maltrattamento. Per questo a volte disincentiviamo alcune adozioni: meglio un “no” oggi che una rinuncia domani.
Quali cani fanno più fatica a trovare famiglia oggi?
Negli ultimi anni, pitbull e amstaff e, in generale, i cani “con bollino”, come li chiamo io. Il pregiudizio è pesantissimo. Spesso succede che da cuccioli siano desiderati, poi crescono, entrano nell’adolescenza, richiedono più gestione, più coerenza, magari un educatore. E alcune persone, invece di investire in competenze, li riportano in canile: “rovina casa”, “non ho tempo”, “ho problemi familiari”. Il punto è che oggi, quando rientrano, faticano tantissimo a uscire. Noi abbiamo una percentuale alta di questi cani e le richieste sono pochissime, a volte zero per lunghi periodi. È una fase che dura troppo, e per un cane significa rischiare di passarci la vita.
Quanto conta fare rete con veterinari, educatori e istituzioni?
È tutto. Senza rete, un’associazione di volontariato muore. Noi lavoriamo con i veterinari del territorio e con la clinica di riferimento, e in questo periodo stiamo portando avanti anche una campagna importante di sterilizzazione dei gatti: oltre alle colonie feline, cerchiamo di intervenire sulla prevenzione. Quest’anno, finché abbiamo budget, la sterilizzazione è gratuita per tutti i residenti del Comune di Cervia. Poi c’è il rapporto con l’amministrazione comunale: gestiamo una struttura pubblica, quindi serve dialogo, serietà e anche capacità di essere autonomi nel risolvere i problemi quotidiani.

Oltre alle adozioni e alla prevenzione, che iniziative portate avanti?
Banchetti di raccolta cibo e raccolte fondi, sempre con un punto informativo per farci conoscere. In questo periodo, per esempio, abbiamo una raccolta fondi per cambiare il furgoncino. E poi cerchiamo di sostenere anche le persone fragili: se un anziano non riesce a portare il cane a visita o ha difficoltà economiche, preferiamo aiutarlo con cure, medicinali o cibo, piuttosto che far entrare l’animale in canile. Se il cane sta bene e il legame c’è, perché spezzarlo?
Un tema che fa discutere è la presenza dei lupi vicino alle zone residenziali. Come evitare la psicosi e proteggere gli animali d’affezione?
Serve informazione e prevenzione. Abbiamo fatto un incontro con un esperto di fauna selvatica e il messaggio era chiaro: il lupo, se può, evita l’uomo. La regola pratica però resta una: non lasciare cani liberi e non controllati. Vale per i lupi, ma vale anche per i rischi quotidiani: un cane libero può finire sotto un’auto o creare incidenti con altri cani. Gestione, controllo e responsabilità riducono paure e problemi.
Come vede il futuro?
Io vorrei tanto dire: canili vuoti. Vorrei dire “basta canili”. Ma so che è un’utopia, perché i numeri sono ancora alti. Quello che possiamo fare è lavorare per ridurre gli ingressi: cultura, prevenzione, sterilizzazioni, educazione. E poi c’è una verità dura: alcuni cani e gatti, per storia e fragilità, non avranno mai una nuova famiglia. Per loro il canile deve diventare casa. Ecco perché dico che per noi il canile non è una struttura, è una famiglia: fatta di consiglieri, operatori, volontari. Anche quando un animale resta poco, in quel tempo noi siamo la sua famiglia. E questa, per me, è la cosa più importante.