Viviana Bravaccini non è stata “solo” una commerciante, ma una vera protagonista della vita di Cesenatico. Per oltre cinquant’anni ha acceso le vetrine della boutique Kiwi, trasformando un negozio in un luogo d’incontro, di stile e di relazioni.
Dal 1971 ha vestito generazioni di donne, anticipando mode e creando bellezza sul lungomare della città. Oggi, con la chiusura di Kiwi, si chiude una storia fatta di lavoro, passione e identità.
Ospite ieri del podcast dell’Art Mbt, ci ha raccontato, con l’abituale schiettezza, le ragioni di una decisione sofferta ma convinta.
Viviana, perché la scelta – dopo 55 anni – di chiudere la sua boutique?
Sono due anni che ci pensavo. Le ragioni possono essere tante, ma la più importante é che la moda non mi emoziona più come un tempo. Oggi gli stilisti hanno meno creatività e io ho bisogno di emozionarmi: mi basta un capo, uno solo, che mi colpisca. Se lo sento, creo una vetrina splendida. Se non lo sento mi appiattisco. E perdo la magia.
Ogni quanto cambiava le sue vetrine?
Tutte le settimane. Da oltre cinquant’anni. Era il mio ritmo, il mio respiro. Io, fin da bambina, ho avuto una passione viscerale per la moda e allestire le vetrine del Kiwi l’ho sempre considerata la parte più importante della mia attività.
Fino ai primi anni duemila, il suo negozio era molto più piccolo di oggi…
Vero e avevo sia abiti per donna che per uomo. Poi, quando ci siamo allargati e sono arrivate le cinque vetrine ho dovuta fare una scelta. E, a quel punto, ho deciso di completare il campionario per la donna, mettendo anche scarpe, borse e accessori.
Senza rimpianti?
In realtà, anche l’uomo mi ha dato grandi soddisfazioni. Ancora oggi mi fermano per strada e mi dicono: “Io ho ancora le tue cose”. E io ci credo. Perchè nei miei campionari la qualità non è mai mancata.
Che rapporto ha costruito in questi anni con le sue clienti?
Alla fine molte sono diventate anche amiche. Mi chiamavano pure la sera: “Domani ho una cena, cosa metto?”. Io mi ricordavo tutto, anche un vestito di due anni prima. Perché il lavoro mi piaceva: e se ti piace, ti resta in testa.
Perché le donne si sono sempre fidate di lei?
Perché sono una che, sul lavoro, non ha mai mentito. Se un capo ti stava bene te lo dicevo, ma se così non era, non mi facevo troppi problemi a dirtelo: “Togli subito, fai cagare….”.
Andando contro i suoi interessi…
Certo. Se una, ad esempio, mi diceva “prendo lo stesso modello in tre colori”, io gli rispondevo: “No, scegli. Che senso ha comprare tre cose uguali?”. Io sono qui per vendere, sì, ma soprattutto per consigliare.
Cosa è cambiato negli ultimi anni?
Soprattutto dopo il Covid c’è stato uno scadimento generale della moda. Andavo negli showroom e vedevo tutto piatto, capi omologati, senz’anima. Fare gli ordini era diventata una fatica enorme. Prima entravo e qualcosa mi colpiva sempre e, da quel capo, costruivo l’intero campionario. Facevo ordini enormi in meno di un’ora. Ultimamente mi servivano due ore per un ordine piccolo, perché non mi piaceva niente.
C’è un capo o una firma che rappresenta Kiwi più di tutte?
Certo, Ermanno Scervino, uno stilista di cui sono sempre stata innamorata. Per me lui rappresenta la vera femminilità. Le sue collezioni, per me, non hanno mai sbagliato. Le clienti lo chiamavano “il malefico” perché le colpiva sempre.
Kiwi, però, non è mai stato un negozio per tutti…
Vero e questo oggi, con il senno di poi, un po’ mi dispiace. Avrei voluto vestire tutte le donne. Però se scegli marchi di livello, certi prezzi sono inevitabili. Io ho provato a trovare aziende meno impegnative, senza mai abbassare la qualità. Ma l’immagine è un equilibrio sottile: quando la costruisci, devi mantenerla e certi compromessi non possono funzionare.
Varcare la soglia del Kiwi, soprattutto in certi anni, per una donna voleva dire anche sottolineare uno status sociale. Quel ceto lì, negli ultimi anni, è un po’ sparito?
Non direi. Le persone che erano benestanti ieri, in fondo lo sono anche oggi. Forse in passato compravano più capi ma, ripeto, l’aspetto economico non è sempre centrale. Credo che anche le miei clienti, ad un certo punto, abbiano cominciato ad avvertire una moda “più piatta”. Meno desiderio, meno ricerca, meno emozioni…
Dopo l’annuncio della chiusura, in tanti le hanno chiesto di ripensarci…
Sinceramente non mi aspettavo un affetto così travolgente. Però questa è una decisione maturata da tempo. Io senza emozioni non riesco ad andare avanti. Preferisco fermarmi con dignità, con gratitudine, piuttosto che continuare per abitudine.
Cosa farà nell’immediato futuro?
Sicuramente la zia. Il lavoro, per 55 anni, è stato il focus delle mie giornate ma, oggi, passare del tempo con mio nipote Demetrio mi sembra, di gran lunga, il regalo più bello che la vita possa farmi.
Nella foto Viviana Bravaccini con Ivan Mazzucchelli, titolare di Art Mbt, il locale sul lungomare Carducci dove, ogni mese, si tiene il Podcast legato ai personaggi e alle storie di Cesenatico