22 Settembre, 2026 Cesenatico

Lalla e Palooza, la memoria ritrovata: “Ma in quella foto non c’è Dano, ma mia nonna…”

“Sono molto contento di questo omaggio perché era una storia che, dopo tanti anni, meritava di essere ricordata. Però c’è una cosa che mi ha fatto anche sorridere: quella persona che dà da mangiare al delfino non è mio nonno Dano, è mia nonna, la friulana…”. 

È da questo dettaglio, solo apparentemente marginale, che Giordano Esposito riapre il racconto di una delle vicende più iconiche della Cesenatico del dopoguerra, quella di Lalla e Palooza e dell’acquario che per anni trasformò la città in una meta capace di richiamare turisti, curiosi e famiglie da tutta Italia e dall’estero.

Per Esposito, quel murales non è soltanto un tributo artistico, ma l’occasione per rimettere al loro posto volti, ruoli e ricordi di una storia che troppo spesso è stata ridotta a immagine simbolica. “Di mio nonno si ricorda il nome, giustamente, ma mia nonna è stata un personaggio mitico, mitico davvero”. E da qui il suo racconto prende una piega più intima, familiare, quasi domestica, riportando al centro una donna arrivata dal Friuli per fare la stagione, diventata poi una presenza decisiva nella vita di Dano e nell’economia quotidiana di quella straordinaria avventura.

Giordano descrive la nonna senza trasformarla in un santino, ma restituendola per quello che era: una donna forte, concreta, temprata dal lavoro e dalla necessità. “Lei veniva giù a Cesenatico a badare dei bambini, faceva le stagioni, perché una volta ti davano da dormire e da mangiare e già quella era una fortuna. Poi ha conosciuto mio nonno, che lavorava al porto, con il ghiaccio, con le lastre da tagliare. E da lì è iniziata tutta la storia”.

Nel racconto di Giordano, la nonna prende forma attraverso i gesti quotidiani più che attraverso le definizioni. “Era una donna molto forte, molto pratica”, ripete. 

D’inverno andava in spiaggia a raccogliere conchiglie. Poi le faceva bollire, le puliva, le trasformava in oggetti da vendere. “Con le cozze faceva i topini, poi faceva le rane, decorava i vasi, creava le collane”. Accanto all’acquario c’erano un bar e un piccolo negozio, e quella produzione artigianale era parte fondamentale della vita della famiglia. “Era tutta roba artigianale, tutta fatta da lei”, sottolinea.

Ma la “friulana”, nel suo ricordo, non è soltanto la donna delle conchiglie e del negozietto. È soprattutto una presenza centrale nell’economia domestica e affettiva di quel mondo. “Accudiva mio nonno, perché lui era di vecchio stampo”, racconta Giordano. E nel dire questo lascia emergere un carattere deciso, ruvido, persino spiazzante, che rende il ritratto ancora più vivo. I suoi ricordi si rincorrono in episodi che oggi fanno sorridere e insieme restituiscono un’altra epoca, un altro rapporto con gli animali, con il lavoro, con la sopravvivenza quotidiana. Dal pappagallo molesto ucciso con una botta in testa e poi imbalsamato alle zuppe di tartarughe, non c’è idealizzazione nel suo racconto, ma solo il tentativo di conservare intatta la verità di quella donna così com’era.

Accanto alla nonna, naturalmente, resta la figura del nonno Dano, o meglio Giordano, come precisa il nipote. “Dano si chiamava proprio Giordano, come me”, racconta. E nel suo ricordo emerge un uomo interamente assorbito dall’acquario e dai delfini. Non qualcuno che si fosse arricchito con quell’attività, ma una persona che la viveva come una passione totale. “Mio nonno non prendeva una lira, o prendeva pochissimo. Lo spettacolo era gratis. Si guadagnava un po’ con il bar e con le conchiglie, tutto lì”. E ancora: “Lui faceva quello, portava avanti l’attività con mia nonna. Ma era una passione vera”.

Per Giordano, il punto è proprio questo: quella dei delfini non era una trovata turistica fredda o calcolata, ma una storia costruita attorno a un rapporto autentico con gli animali e con il pubblico. “L’amore che aveva per i delfini era sincero. Se uno di notte passava e gli tirava un sasso, lui lo vedevi subito nella piscina, pronto a difenderli”, racconta. E poi aggiunge un dettaglio che restituisce il tono quasi familiare di quel legame: “Ai delfini dava i nomi dei politici: Moro, Almirante, Fanfani… gli dava tutti quei nomi lì”.

Nel frattempo, attorno all’acquario si muoveva un’intera piccola comunità stagionale. C’erano le colonie, i turisti, le gare di pesca, le comitive straniere. “Venivano i tedeschi, venivano i francesi, venivano tutti a vedere, perché è stato il primo acquario in Europa”, afferma Giordano. È un passaggio su cui insiste, perché secondo lui il peso storico di quell’esperienza non è stato mai riconosciuto davvero fino in fondo. “Cesenatico è esplosa quando ci sono stati i delfini. La gente veniva a Cesenatico per i delfini”, dice senza esitazione.

E poi c’è il lato più intimo del racconto, quello che trasforma una vicenda cittadina in un patrimonio di memoria personale. Quando parla della sua infanzia, Giordano cambia tono: non difende più solo una verità storica, ma qualcosa che appartiene alla sua vita più profonda. “Per me è stata una favola”, dice. “Quando arrivavo lì la mattina, solo l’atmosfera e il cielo, i profumi delle alghe, tutto… era una favola”. 

Dentro questa favola ci sono scene che sembrano uscite da un altro tempo: le canne di bambù, le acciughe sotto sale, le anguille nelle reti, le alghe da rastrellare, le vaschette del gelato Menne riempite di pesce per nutrire i delfini. “Alle cinque del pomeriggio dovevo farmi trovare lì, mio nonno mi dava il pesce e io salivo sul pontile. Me lo mettevo in bocca e facevo saltare i delfini”, ricorda.

Proprio per questo, l’omaggio arrivato oggi attraverso il murales ha per lui un significato importante, ma non basta a cancellare una delusione più antica. Giordano lo dice chiaramente: questa storia, a suo giudizio, non è mai stata valorizzata davvero. “Le proposte in questi anni non sono mancate, ma di questa storia se ne sono sempre fregati”, dice con amarezza. E poi rincara: “Un po’ mi secca, l’ammetto. Perché Cesenatico è esplosa quando ci sono stati i delfini. Ok, la Riviera Adriatica, tutto quello che vuoi, ma in quegli anni la gente veniva qui per i delfini”.

Nel suo racconto riemergono progetti mai realizzati, idee accennate e poi svanite, occasioni perse. “Mi avevano parlato di un progetto, della proiezione di alcune diapositive, proprio nell’area della vena, ma poi non hanno fatto niente”, ricorda. E l’unico vero riconoscimento pubblico che sente di dover citare resta quello arrivato in occasione della morte del nonno. “Quando è morto mio nonno, l’articolo sul giornale lo fece Leo Maltoni: ‘È morto l’uomo delfino’. Per il resto, niente”.

Alla fine, tutto torna a quel dettaglio iniziale: la figura nella foto, il volto che non si vede, l’equivoco diventato abitudine. Ma per Giordano non è un dettaglio da poco, perché in quella confusione si riflette il destino di un’intera storia, spesso ricordata per immagini generiche e non per le persone reali che l’hanno costruita. 

E allora la sua correzione non è solo una nota di colore, ma un modo per rimettere ordine nella memoria. “Quella non è mio nonno, è mia nonna”, ripete. E dentro quella frase c’è molto più di una precisazione: c’è la volontà di restituire verità, spessore e giustizia a un pezzo di Cesenatico che lui continua a sentire vivo, come una favola che non ha mai smesso di appartenergli.

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