8 Dicembre, 2025 Cesenatico

Lalla, Palooza e gli altri: quando i delfini resero magica Cesenatico

Per lunghissimo tempo i delfini, in Adriatico, non sono stati affatto gli allegri compagni di navigazione che immaginiamo oggi. Sul finire degli anni Trenta un decreto ministeriale premiava chi li catturava e li uccideva: erano considerati avversari dei pescatori, colpevoli di squarciare le reti e divorare il pescato. In mare, peraltro, i veri nemici erano ben altri: nel primo dopoguerra mine e ordigni disseminati ovunque continuarono a esplodere per anni, come accadde al motopeschereccio bellariese “Giovanni Clelia”, saltato in aria nel 1949 con otto uomini a bordo.

In questo contesto nasce la figura di Agostino Imolesi, detto Brighèla, celebre pescatore cesenaticense più volte premiato proprio per la cattura dei delfini. La “caccia”, però, non era una mattanza cieca: piuttosto un confronto di astuzia con animali di intelligenza non comune, quasi un duello tra pari. Fino al giorno in cui tutto cambia.

È l’ultimo giorno di febbraio del 1959 quando il motopeschereccio “Amor di Patria” trova impigliato nella rete un giovane delfino di circa un quintale e mezzo. L’animale, malconcio ma vivo, arriva in porto sotto gli occhi di una folla di curiosi. Nessuno se la sente di sopprimerlo: nasce allora l’idea – pare di un bambino – di sistemarlo nel tratto della Vena Mazzarini compreso tra viale Trento e il ponticello di San Giuseppe. Qui il delfino si adatta sorprendentemente in fretta, ricambia il pesce offerto con grandi sbuffi d’aria e conquista tutti. Senza alcuna certezza scientifica sul sesso, viene ribattezzato “Lalla”. In pochi giorni diventa il centro delle conversazioni nei bar e nelle case, e porta a Cesenatico una notorietà inaspettata.

La fama, però, suscita anche invidie. La sera del 1° aprile 1959, approfittando di un nubifragio, un gruppo di buontemponi di Cervia rapisce Lalla con funi e reti e la trasferisce nel canale davanti ai Magazzini del Sale. All’alba, al suo posto, compare un palo con corna di cervo, bandierina giallo-celeste e un messaggio ironico sul “nostalgico delfino”. 

I cesenaticensi non la prendono bene: nello stesso giorno organizzano una spedizione di recupero, riportano Lalla nella Vena e, secondo le cronache, “ricambiano” il favore facendo sparire un’ancora romana dal municipio cervese. Il continuo spostamento, però, indebolisce l’animale: il 3 aprile Lalla entra in agonia e muore davanti a una folla commossa. Il corpo viene esposto sotto il loggiato del Palazzo del Turismo, vegliato da quattro ceri come una vera camera ardente.

La storia sembra finita, invece è solo l’inizio. Il 19 aprile 1959 arriva un altro delfino, subito battezzato Lalla II: è l’atto ufficiale di nascita del primo delfinario costiero italiano. Custode carismatico del nuovo “Acquario dei delfini” è Giordano Esposito, detto Dano: fisico alla Totò, ironia incontenibile, coraggio e dolcezza con gli animali. 

Tra le sue mani passano Lalla, Calatafimi, Fiorenza, Giuffrè, ma anche Palooza, delfino “americano” arrivato da Miami dopo lunghe trattative con il sindaco della metropoli. Ogni pomeriggio alle 5 la Vena Mazzarini si riempie di spettatori: famiglie, turisti, personaggi famosi – calciatori del Milan, Miss Italia – che assistono al rito del pasto, tra salti, spruzzi e gag improvvisate di Dano con il pesce stretto tra i denti.

Nel 1973 il racconto entra in prima persona. L’autore, diciassettenne, gestisce con la famiglia una rosticceria sopra il chiosco del delfinario ed è di casa sulla passerella. Un giorno arriva un nuovo delfino, nervoso e irrequieto. Dopo ore di acrobazie sempre più violente, l’animale si lancia fuori dall’acqua, spezza una cima e ricade fragorosamente nella vasca: poco dopo scompare nel fondo, morto. 

Bisogna recuperarlo prima che il corpo in decomposizione inquini l’acqua. Dano chiede al ragazzo se se la sente di scendere: in slip e maschera, si tuffa nel bacino torbido, tra massi, alghe e rottami. Dopo vari tentativi in apnea – oltre due minuti sott’acqua – trova il delfino, ne libera la coda incastrata tra le rocce, lo lega con una cima e lo fa issare sulla riva tra gli applausi del pubblico.

La soddisfazione lascia presto spazio all’orrore: sotto la pinna destra del delfino c’è un foro da fiocina. Qualcuno lo aveva colpito deliberatamente prima della cattura, condannandolo a una lunga agonia. Da qui la riflessione amara sull’egoismo umano e sulla superiorità morale degli animali, che attraversa tutto il racconto come un filo rosso.

Negli anni successivi i delfini si avvicendano numerosi – in totale una novantina – dalla prima Lalla all’ultima ospite, Dolce, liberata in mare il 29 giugno 1981. Con lei si chiude definitivamente l’esperienza del delfinario: per oltre vent’anni luogo simbolo dell’estate cesenaticense, fulcro di memorie luminose per almeno due generazioni.

Lalla, Palooza e gli altri: quando i delfini resero magica Cesenatico - La Voce di Cesenatico
© RIPRODUZIONE RISERVATA