Nel Forlivese l’inchiesta è di quelle che tolgono il fiato: omicidio volontario continuato, aggravato da premeditazione e dall’uso di sostanze venefiche o mezzi insidiosi. È l’ipotesi contestata – secondo quanto trapela – a un autista di ambulanza sospeso dalla Croce Rossa, dopo una serie di decessi che avrebbero colpito almeno cinque anziani, morti durante o poco dopo il trasporto in ospedale tra Forlì e Santa Sofia.
Su una donna deceduta a novembre 2025 è stata disposta l’autopsia, e altre verifiche sarebbero in corso: i familiari parlano di shock e chiedono una sola cosa: “la verità”.
Il punto più inquietante non è solo l’eventuale numero di vittime. È l’idea – ancora tutta da provare – che la morte possa essere stata “somministrata” da chi indossa una divisa di soccorso. E qui la Romagna ha già conosciuto, anche mediaticamente, il brivido dell’“angelo della morte”. Il precedente più famoso è nel Ravennate: il caso di Daniela Poggiali, infermiera dell’ospedale di Lugo, a lungo descritta come “infermiera killer”, passata attraverso condanne e ribaltamenti fino a un esito che ha segnato la memoria collettiva: l’assoluzione con formula “il fatto non sussiste” (dopo un percorso giudiziario complesso).
Sempre in provincia di Ravenna, però, esistono anche vicende meno “seriali” e più legate all’arbitrio sul farmaco: nel 2023 un infermiere è stato condannato per una somministrazione di sedativi senza prescrizione, ritenuta dal giudice all’origine del decesso di una paziente.
Che cosa lega storie così diverse? Un corto circuito di fiducia. Perché la sanità vive su un patto implicito: ci consegniamo fragili a chi sa, a chi cura, a chi trasporta. Quando quel patto si incrina – anche solo come sospetto – non basta l’indignazione. Servono risposte verificabili: tracciabilità dei farmaci, controlli sui turni, audit interni, segnalazioni protette, e soprattutto la capacità di distinguere, caso per caso, tra errore, negligenza e intenzione.
Se davvero, nel Forlivese, qualcuno avesse agito con premeditazione, l’effetto sarebbe devastante. Ma proprio per questo vale l’unica cautela che non è freddezza: lasciare che siano prove, autopsie e tribunali a dire l’ultima parola. Perché la paura è un veleno sociale: e in tempi così, non possiamo permetterci né l’omertà né i processi sommari.