Oltre 400 persone hanno partecipato ieri sera in darsena a una manifestazione contro il presunto traffico di materiale bellico diretto a Israele e in transito dal porto della città. Una protesta che ha riunito circa sessanta sigle tra associazioni, movimenti e sindacati, dopo le rivelazioni de “Il Manifesto” e le verifiche ottenute tramite accesso agli atti.
Secondo la documentazione raccolta, lo scorso 30 giugno dal porto di Ravenna sarebbe partita la nave Zim New Zealand con un carico di munizioni provenienti dalla Repubblica Ceca e dirette ad Haifa. Un transito confermato dalla Capitaneria di porto, ma privo di autorizzazione da parte dell’Uama, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento.
La dogana di Ravenna ha chiarito che l’operazione era stata autorizzata da Praga, ma diversi giuristi contestano la legittimità di tale interpretazione: la legge 185/1990 richiede infatti l’autorizzazione italiana per esportazioni verso Paesi terzi, soprattutto in presenza di conflitti o violazioni dei diritti umani.
La vicenda ha scatenato anche uno scontro politico. Il sindaco Alessandro Barattoni ha scritto al ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini chiedendo di non rendere il porto “complice del massacro a Gaza” e denunciando la collaborazione dell’Autorità portuale al progetto europeo Undersec.
L’iniziativa, avviata nel 2023, coinvolge 22 enti di dieci Paesi, tra cui il ministero della Difesa israeliano e l’azienda bellica Rafael. Barattoni chiede la sospensione di ogni cooperazione con istituzioni che “si macchiano ogni giorno di crimini verso persone innocenti”.
Dal governo è arrivata una replica fredda: “La gestione e il controllo delle attività portuali competono alle autorità preposte”. Una risposta definita dal sindaco “evasiva e insufficiente”. L’Autorità portuale, da parte sua, ha ribadito che Undersec non riguarda la produzione di armamenti e che i controlli sui carichi sono di competenza di altri organi.
In piazza, però, il messaggio è stato chiaro: fermare il traffico di armi e interrompere ogni legame con chi alimenta il conflitto in Medio Oriente.