I due rinvenimenti avvenuti a Cesenatico il 22 marzo, davanti al Gambero Rosso, e il 2 aprile, davanti al Cala Romeo, riguardano con ogni probabilità la stessa famiglia di ordigni: bombe a mano tedesche della Seconda guerra mondiale, indicate dalle cronache come Eierhandgranate, cioè “granata a uovo”.
Sono residuati bellici piccoli, a parete sottile, concepiti più per l’effetto di scoppio ravvicinato che per una frammentazione pesante. Restano però ordigni reali, e ancora oggi potenzialmente letali.
Dal punto di vista tecnico, la Eierhandgranate 39 era una bomba a mano offensiva adottata dalla Germania nel 1939. Il corpo, ovale e compatto, pesava circa 230 grammi con una carica esplosiva di circa 112 grammi; il raggio letale riportato da fonti museali è nell’ordine dei 3 metri. Proprio la massa contenuta e l’involucro relativamente sottile spiegano la sua funzione: essere lanciata con facilità, in combattimento ravvicinato, massimizzando onda d’urto, schegge minute e effetti traumatici entro uno spazio ristretto, più che una dispersione ampia di frammenti pesanti.
Sulla “gittata” conviene essere precisi: non esiste una gittata balistica come per un proiettile, perché è un ordigno da lancio manuale. In termini pratici, parliamo di alcune decine di metri, dipendenti dal lanciatore; proprio la forma compatta la rendeva più maneggevole di altri modelli tedeschi, come la classica bomba a manico. L’effetto utile, però, era di prossimità: chi si trovava molto vicino al punto di esplosione era esposto a lesioni gravissime o mortali.
L’attribuzione è coerente con la storia locale. A Cesenatico nel 1944 le truppe tedesche realizzarono bunker e sbarramenti antisbarco; dunque il ritrovamento di residuati germanici lungo l’arenile non è affatto anomalo. Anzi, il secondo rinvenimento a distanza di pochi giorni dal primo suggerisce che il moto ondoso e i movimenti di sabbia possano riportarne alla luce altri.
Il punto decisivo è la pericolosità attuale. Anche dopo ottant’anni questi ordigni vanno considerati instabili: corrosione, urti, sali e degrado dei materiali possono rendere imprevedibile la reazione dell’innesco. Non a caso, nel primo caso gli artificieri dell’Esercito hanno scelto il brillamento controllato in loco, dopo aver valutato lo stato dell’ordigno. La regola tecnica, ieri come oggi, è una sola: non toccare, isolare l’area, chiamare subito le forze dell’ordine.