7 Novembre, 2026 Cesenatico

Le “Vecchie Spugne” e la Focarina: quando la comunità si costruisce dal basso

Dopo quarant’anni di assenza, un falò ha riportato le persone in piazza a Gatteo Mare. Non si è trattato soltanto di una notizia di costume, né dell’ennesimo appuntamento da inserire in calendario. È stato, piuttosto, il segnale di qualcosa che per troppo tempo è mancato: uno spazio reale di comunità, capace di riunire persone, generazioni e desideri condivisi.

A riaccendere quella fiamma non sono state le istituzioni, che pure hanno sostenuto e contribuito alla riuscita dell’iniziativa, ma un gruppo di amici: le “Vecchie Spugne”. Con entusiasmo, creatività e spirito di servizio, hanno riportato in vita la Focarina, mettendosi gratuitamente a disposizione della comunità.

Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti: oltre seicento persone raccolte attorno al fuoco e una raccolta fondi concreta, a dimostrazione che quando una comunità si ritrova non produce solo partecipazione, ma anche valore.

Ne abbiamo parlato con Simone Ravaglia, per tutti “Momo”, membro delle “Vecchie Spugne”.

Avete riportato in vita una tradizione e siete riusciti anche a trasformarla in un gesto concreto, con una raccolta fondi importante. Il coinvolgimento di oltre 600 persone ha segnalato un evidente bisogno di comunità: quali sono, secondo voi, le ragioni di una risposta così forte?

Credo che il successo sia dovuto al fatto che un gruppo di ragazzi del posto si è messo in gioco e, attraverso i social, è riuscito a pubblicizzare bene l’evento. Dall’altra parte, c’è stata la curiosità della comunità, la voglia di una festa che mancava da tempo e il desiderio di cogliere l’occasione per incontrarsi.

In un contesto in cui gli spazi e le occasioni di aggregazione, al di fuori della stagione turistica, non sono molti, quanto è importante creare nuovi momenti per riunire la piccola comunità di Gatteo Mare?

Direi molto, ma sarebbe certamente importante trovare anche altre occasioni. Come accade anche per la Festa della Cantarella, la comunità partecipa volentieri a questi eventi. Però serve che ci siano più persone disposte a dare una mano.

Il ritorno di questo evento è stato promosso da un gruppo di giovani, le “Vecchie Spugne”, insieme all’Auser. Che valore ha, secondo voi, questo incontro tra generazioni diverse?

I ragazzi dell’Auser avrebbero bisogno di forze ed energie nuove. Durante la stagione estiva è più difficile rendersi disponibili, ma il problema del ricambio generazionale resta. Avere nuove persone coinvolte, in prospettiva, sarebbe molto importante.

Avete dimostrato che un gruppo di amici può trasformare creatività e ironia in partecipazione reale, usando anche strumenti contemporanei, dai social alle clip satiriche. Le strutture ufficiali riescono ancora a parlare un linguaggio capace di coinvolgere davvero la comunità?

Quando queste iniziative nascono da un’idea popolare riescono a raggiungere le persone in modo più diretto ed efficace. Coinvolgono di più perché il messaggio è genuino. Il Comune, inevitabilmente, fa più fatica ad avere lo stesso impatto.

Nel vostro progetto c’è un’idea forte: lasciare qualcosa a chi viene dopo. Ma oggi, concretamente, cosa significa davvero “lasciare qualcosa”?

Significa coinvolgere le generazioni più giovani, trasmettendo loro un senso di appartenenza che per la mia generazione era abbastanza forte. È importante creare spazi in cui ritrovarsi e costruire comunità, perché oggi i giovani non ne hanno moltissimi.

In un territorio dove sembra diminuire il numero di persone disposte a spendersi gratuitamente per iniziative a favore della comunità, pensate che esperienze come la vostra possano diventare un modello replicabile?

Sì ma, lo ripeto, servono persone disposte a spendersi per gli altri, senza secondi fini, con l’unico obiettivo di riunire la comunità. Credo che le “Vecchie Spugne”, nel loro piccolo, abbiano dato un esempio della strada da seguire, sperando che in futuro si aggreghi qualcun altro. Sarebbe bello organizzare una reunion al Palazzo del Turismo o in piazza, insieme alle autorità, al sindaco e all’Auser, per discutere di eventuali progetti da realizzare durante l’inverno e capire come portarli avanti, con quali risorse e con chi.

Avete acceso un fuoco che ha riportato le persone in piazza e ha prodotto anche un risultato concreto. Ora arriva la parte più difficile: trasformare un evento in un’abitudine. Avete già altre idee da proporre alla comunità?

Sicuramente il prossimo anno replicheremo la Focarina. Abbiamo anche qualche altra idea in cantiere, ma è ancora in fase embrionale e non è pronta per essere svelata.

Le “Vecchie Spugne” hanno dimostrato che la comunità non è una parola astratta. È qualcosa che si costruisce con fatica, mettendo a disposizione il proprio tempo libero e assumendosi la responsabilità del risultato.

Hanno acceso un fuoco che ha rimesso insieme persone, generazioni e perfino un’idea concreta di solidarietà. Resta però un nodo aperto, che va oltre la riuscita di una singola serata: chi, oggi, è davvero disposto a prendersi la responsabilità di tenere viva una comunità?

LaVoceRomagnola

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