22 Settembre, 2026 Cesenatico

Leone XIV e quelle ferite profonde che non si prescrivono

È un gesto che pesa più di molti documenti. Tre ore di ascolto, silenzio, preghiera: papa Leone XIV, insieme al cardinale Prevost, davanti a quindici persone che hanno subito abusi quando erano bambini, in Belgio, ad opera di sacerdoti. Non è un atto di cortesia istituzionale, ma il riconoscimento che il dolore non si archivia, non si prescrive, non si mette a tacere con una formula di rito.

Questo incontro si inserisce in un percorso già avviato: la precedente riunione con i rappresentanti di Ending Clergy Abuse, le denunce della Pontificia Commissione per la tutela dei minori sulle “lentezze” di diocesi ancora restie a fare piena luce, i gesti compiuti da Francesco nell’ascolto delle vittime. Leone XIV raccoglie e rilancia questa linea, indicandola come scelta irreversibile: dalla parte dei piccoli, mai più dalla parte del sistema che protegge chi ha ferito.

E tuttavia, proprio le vittime ricordano che non ci si può fermare ai segni, per quanto importanti. L’ascolto deve tradursi in procedure trasparenti e rapide, responsabilità chiare per chi insabbia, formazione severa per chi entra nei seminari, collaborazione piena con la giustizia civile. La Chiesa non difende il proprio nome quando minimizza, ma quando sceglie la verità fino in fondo.

La preghiera per le vittime, annunciata anche in vista dell’Assemblea della CEI ad Assisi, ha senso solo se accompagnata da scelte concrete: aprire archivi, riconoscere le omissioni, risarcire dove possibile, proteggere sempre. Ogni parola di vicinanza rischia di restare vuota se non è sostenuta da un cambio di passo visibile, certificabile, irreversibile.

Per le vittime, essere ricevute non significa chiudere la pagina, ma vedere finalmente riconosciuto che il male subito non è un dettaglio collaterale della storia ecclesiale. È una frattura che attraversa il corpo della Chiesa. Sedersi ad ascoltare chi è stato tradito da chi avrebbe dovuto annunciare il Vangelo vuol dire riconoscere che la fede non può essere brandita come scudo per proteggere il potere.

Questa è la sfida per Leone XIV e per ogni vescovo: passare da una cultura dell’autodifesa a una cultura della cura. Non bastano protocolli se non cambiano mentalità e linguaggi; non basta chiedere perdono se non si accetta che la verità, talvolta, farà crollare equilibri consolidati. Ma è proprio lì che può rinascere la credibilità della Chiesa: nella scelta, senza sconti, di stare dalla parte degli ultimi abusati, non dei protetti.

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