Un’altra mazzata al commercio. E stavolta arriva dal Governo. Non un taglio di imposte, non un alleggerimento degli oneri, non un sostegno vero a chi tiene viva la strada. No: un nuovo obbligo.
Dal 1° gennaio 2026 Pos e registratore di cassa telematico devono “parlarsi”, così lo Stato potrà incrociare pagamenti elettronici e scontrini emessi. In teoria, lotta all’evasione. In pratica, burocrazia in formato digitale, con il solito copione: la spesa e la complessità le paga chi lavora.
Per il negoziante significa aggiornamenti software, assistenza tecnica, tempi morti, contratti con fornitori, procedure nuove. Significa anche una cosa che a Roma si finge di ignorare: ogni ingranaggio aggiunto aumenta la probabilità di un guasto o di un errore. E quando capita, la responsabilità ricade sul negoziante. Con sanzioni, contestazioni, “incongruenze” da spiegare.
Intanto fuori dalla vetrina c’è la realtà: affitti, bollette, concorrenza delle piattaforme, drastico calo dei consumi. Le piccole attività sono al collasso e si chiede loro di investire ancora, di adeguarsi ancora, di dimostrare ancora. Come se il problema fosse il barista, non chi evade davvero con strutture opache e consulenze di lusso.
Il risultato è un paradosso: lo Stato non salva il commercio, lo zavorra. Ogni nuovo obbligo è una tassa travestita da “modernizzazione”: una gabella burocratica che allontana l’impresa dal suo mestiere – vendere, servire, creare lavoro – e la trasforma in un terminale amministrativo.
E’ lo scotto dell’era digitale? Può darsi, ma poi non meravigliamoci se le insegne si spengono e le serrande si abbassano.