Cesena ha salutato oggi Aurelio Chiesa, regista, sceneggiatore e intellettuale che ha legato il proprio nome a un cinema sobrio, laterale, attento alle ombre dell’animo. È morto a 78 anni dopo una lunga malattia, vivendo da tempo in una sorta di isolamento nella sua casa alle pendici del Monte. Nel primo pomeriggio parenti ed amici gli hanno rivolto l’ultimo saluto all’obitorio del Bufalini prima del trasporto al cimitero di Tipano per la cremazione, scelta maturata anche per le difficoltà legate alla sepoltura e condivisa con la sorella, unica erede.
Chi lo ha conosciuto ricorda il passo discreto in centro, la bicicletta, le chiacchiere rare davanti al Bar Babbi. Lontano dall’industria romana che lo aveva accolto negli anni più creativi, Chiesa diceva di scrivere ancora soggetti e sceneggiature. In quell’esistenza sempre più ritirata non gli è mancata la cura: amici e vicini lo hanno accompagnato nell’ultimo tratto, con una solidarietà silenziosa quanto il suo carattere.
Fra i suoi lavori, “Luci lontane” resta il film-summa. Girato in gran parte a Cesena, tocca Cesenatico in una sequenza breve e preziosa: una coppia arriva fuori stagione, quando il porto canale tace, le saracinesche sono abbassate e l’Adriatico sembra parlare sottovoce. È un frammento che concentra la poetica di Chiesa: il paesaggio non come cartolina, ma come controcampo emotivo dei personaggi; la Romagna non folcloristica, bensì intima, fatta di passi lenti, legni umidi, luce lattiginosa.
Quell’incursione a Cesenatico, insieme ad altre tappe romagnole (come le Terme di Cervia), disegna una mappa affettiva. Non un realismo documentario, ma un realismo dell’anima: la distanza fra le persone ha la stessa misura della bassa marea. Oggi che Chiesa ci lascia, quelle “luci lontane” sembrano ancora chiamarci dal margine: piccole, ferme, testarde. Come il suo cinema.