7 Novembre, 2026 Cesenatico

Mafia a Cesenatico, Gozzoli: “C’è stato un momento in cui non sapevo dove andare a fare colazione”

Intervenendo ieri mattina a Savignano, ospite alla Sala Allende dell’incontro “Mafie in Romagna”, il sindaco di Cesenatico Matteo Gozzoli ha ripercorso la genesi del processo Radici, l’inchiesta della Dda di Bologna nata anche da una sua segnalazione e sfociata nel 2022 in misure cautelari e sequestri per decine di milioni di euro. 

Il procedimento, aperto a Ravenna, riguardava – come noto – il presunto radicamento in Romagna di un sistema di acquisizioni di bar, ristoranti, hotel e altre attività economiche, gestite – secondo l’accusa – con modalità mafiose e finalità di riciclaggio.

Nel dicembre 2024 la Procura ha chiesto oltre 110 anni complessivi di condanna; nel gennaio 2025 il tribunale ha pronunciato 21 condanne su 22 imputati. 

Nel suo intervento, Gozzoli ha riportato tutti all’inizio della vicenda: tra la fine dell’inverno e la primavera del 2018, quando a Cesenatico, nel giro di poche settimane, una stessa società iniziò a rilevare una serie di attività storiche, soprattutto nel settore della ristorazione e dell’accoglienza. Un’espansione troppo rapida per non destare sospetti. “Sembrava – è il senso del ragionamento del sindaco – che nel giro di qualche mese questo gruppo potesse comprare mezza Cesenatico”. E il passaparola, in una città di dimensioni contenute, rendeva il quadro ancora più inquietante: offerte altissime, passaggi di gestione ravvicinati, la percezione diffusa che qualcosa di anomalo stesse accadendo.

La frase che più di tutte riassume quel clima è anche quella destinata a restare: “Ci sono stati mesi in cui non sapevo dove andare a fare colazione a Cesenatico”. Un’immagine fortissima, usata da Gozzoli per rendere l’idea della pressione avvertita in città: la sensazione che la famiglia Patamia stesse cercando di allungare le mani su un numero crescente di locali, bar e pubblici esercizi, fino a diventare un riferimento onnipresente nel tessuto economico cittadino.

Secondo quanto emerso nelle indagini, al centro di quel sistema c’era Francesco Patamia, coetaneo del sindaco e originario di Gioia Tauro, indicato come uno degli imputati principali del processo Radici.

Fondatore del movimento “Europei Liberali” e candidato alla Camera nel 2022 con la lista “Noi Moderati”, è stato arrestato nell’operazione del 2022 e poi condannato in primo grado a 11 anni e 2 mesi; per lui la Dda aveva chiesto 13 anni. Condannato in primo grado anche il padre Rocco Patamia, a 10 anni e 6 mesi. 

Ma nel racconto del sindaco il passaggio decisivo non è solo economico: è il momento in cui, nell’estate 2018, arrivano i primi segnali intimidatori contro chi faceva controlli ordinari. Gozzoli ha ricordato l’episodio di una verifica della polizia locale su un’occupazione di suolo pubblico, durante la quale uno dei soggetti vicini al gruppo si avvicinò a un agente chiedendo se il collega avesse figli. Poco dopo, ha raccontato, un ispettore impegnato nei controlli sui rifiuti sarebbe stato minacciato di morte. Fu allora che l’amministrazione decise di mettere tutto nero su bianco e scrivere alla Procura. Quella segnalazione, come hanno poi ricostruito stampa e inquirenti, è stata uno dei punti di partenza dell’inchiesta. 

Nel 2019 Gozzoli venne sentito come persona informata sui fatti; poi, nell’ottobre 2022, la conferma pubblica arrivò con il blitz di Guardia di Finanza e Polizia. Da lì, fino al processo e alla sentenza di primo grado, aspettando le sentenze dell’imminente processo di appello. 

Foto Andrea Medri

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