22 Settembre, 2026 Cesenatico

Medici indagati a Ravenna, per il gip le difese scritte rafforzano l’ipotesi di falso sui certificati anti-Cpr

Le dichiarazioni spontanee depositate dagli otto medici del reparto di Malattie infettive, invece di alleggerire la loro posizione, avrebbero finito per rafforzare l’impianto accusatorio. È questo uno dei passaggi centrali dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Federica Lipovscek, che individua proprio in quei testi un elemento a sostegno dell’ipotesi di falso ideologico relativa a diversi certificati di non idoneità al trasferimento nei Cpr, i centri di permanenza per il rimpatrio.

Nel corso dell’interrogatorio di garanzia del 12 marzo scorso, i sanitari si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, affidando però la propria linea difensiva a memorie scritte. In quelle pagine hanno sostenuto, in sostanza, di avere sempre agito nel rispetto del codice deontologico, sulla base delle informazioni sanitarie disponibili al momento e seguendo protocolli e linee guida aziendali. 

Una delle dottoresse ha precisato che il certificato a lei attribuito “non è falso”, perché redatto secondo i principi di tutela e cura del paziente; altri colleghi hanno ribadito di avere operato “con dedizione e correttezza professionale”. Uno di loro ha anche spiegato di non essere riuscito a raccogliere dati clinici “a causa di una totale barriera linguistica”, circostanza che gli avrebbe impedito di formulare una valutazione “in scienza e coscienza” sull’idoneità alla permanenza in una struttura chiusa.

Per il giudice, tuttavia, proprio questa impostazione difensiva confermerebbe il problema. Richiamare la deontologia medica, osserva il gip, significa richiamare il dovere di prendere in carico il paziente, disporre accertamenti, avviare cure e trattamenti necessari. Nei casi finiti al centro dell’indagine coordinata dai pm Daniele Barberini e Angela Scorza, invece, i medici si sarebbero limitati a redigere i certificati di non idoneità, senza attivare ulteriori verifiche o interventi clinici.

L’ordinanza cita anche casi specifici: di fronte al sospetto di patologie infettive come scabbia o tubercolosi, sarebbe stato emesso il certificato senza che il paziente venisse poi effettivamente preso in carico. Una condotta che, secondo il giudice, “contrasta con gli stessi principi invocati dai sanitari”. Da qui anche la valutazione sulle esigenze cautelari: il pericolo di reiterazione, scrive il gip, troverebbe conferma nella convinzione, ribadita dai medici, “di avere agito correttamente”.

A pesare sono poi i contenuti delle mail interne acquisite dagli inquirenti, dalle quali emergerebbe, secondo l’accusa, una volontà di coordinarsi per respingere in via preventiva le richieste di idoneità ai Cpr. Un rischio che, per il giudice, non sarebbe venuto meno neppure dopo l’emersione pubblica dell’indagine, anche alla luce del clima di solidarietà manifestato attorno agli indagati.

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