Nel caso Signorini-Corona c’è un passaggio dell’ordinanza di reclamo che più di ogni altro merita una contestazione durissima. È quello in cui il Collegio sostiene, con vergognosa leggerezza, che i confini del diritto di cronaca e di critica sarebbero identici “sia per i giornalisti professionisti sia per qualunque persona compia attività informativa”. Ed è precisamente qui che la decisione scivola in un’affermazione sconcertante, superficialissima e culturalmente devastante.
Perché questo non è un dettaglio tecnico. È il cuore di una visione sbagliata dell’informazione. In questa vicenda non stiamo parlando di un “normale esercizio del diritto di parola”. Stiamo parlando del caso in cui Fabrizio Corona ha diffuso video, accuse pesantissime, chat private e perfino una foto di Alfonso Signorini in déshabillé, rivendicando il tutto come una sorta di inchiesta. Ebbene, proprio davanti a un caso del genere, dove si intrecciano insinuazioni, reputazione, riservatezza e spettacolarizzazione, il Tribunale sceglie di affermare che il giornalista professionista e “qualunque persona compia attività informativa” starebbero sullo stesso piano. È una frase che lascia senza parole.
No: la libertà di manifestazione del pensiero è di tutti, ma il giornalismo non è “di tutti” nello stesso modo. Il giornalismo è una professione, con regole, filtri, responsabilità, doveri di verifica, obblighi deontologici, sanzioni disciplinari. Il giornalista non è uno che semplicemente pubblica qualcosa. È uno che deve controllare le fonti, misurare le parole, distinguere fatti e opinioni, rispettare la dignità delle persone, rispondere del proprio lavoro dentro un sistema di garanzie e responsabilità. Equipararlo a chiunque accenda una telecamera, pubblichi una chat o monti un video sul web significa svuotare di senso la professione stessa.
Ed è ancora più grave che questo avvenga proprio nel caso Signorini-Corona. Perché qui il punto non è affatto difendere il pluralismo informativo. Qui il punto è che, nel momento stesso in cui si giudica una vicenda fatta di accuse infamanti, insulti, materiali privati e provocazione mediatica, si finisce per riconoscere una sorta di patente informativa indistinta a chiunque produca contenuti. Significa dire che tra il lavoro di una redazione e l’esibizione di materiale privato spacciata per scoop la differenza, sul piano dei “confini”, non conta. Ed è una resa culturale impressionante.
Questa impostazione svilisce i giornalisti professionisti in modo intollerabile. Li priva della loro specificità, cancella il peso della formazione, ridicolizza la deontologia, tratta come irrilevante il sistema di responsabilità che distingue l’informazione seria dal circo della pubblicazione selvaggia. È un egualitarismo sbagliato, confuso, distruttivo: non eleva chi informa senza regole, ma abbassa chi quelle regole le rispetta.
Il Tribunale, insomma, nel caso Signorini-Corona avrebbe dovuto essere molto più cauto. Difendere la libertà di espressione è sacrosanto. Ma farlo al prezzo di degradare il ruolo del giornalismo professionale è un errore grave. Perché una cosa è dire che tutti possono parlare; altra cosa è dire, anche solo in sostanza, che tutti fanno giornalismo. Questo sì che è un passaggio di cui ci sarebbe da vergognarsi: non per la conclusione in sé, ma per la leggerezza con cui viene demolita una distinzione fondamentale per la tenuta civile dell’informazione.