Milano nel cuore, la Romagna nelle mani. Enrica Bonanomi scopre la Riviera da bambina, se ne innamora e, nel 2006, decide di trasformare quell’amore in una scelta di vita: aprire una piadineria a Cesenatico Ponente. Tra farina, olio di gomito e caparbietà, costruisce nel tempo una realtà che resiste alle crisi, al Covid e ai cambiamenti del turismo, restando fedele allo spirito semplice e autentico della zona.
La storia
Enrica Bonanomi, milanese doc, comincia a frequentare la Riviera Romagnola fin da bambina. La sua prima vacanza a Gatteo Mare risale al 1980, quando aveva appena tre anni. Da allora, ogni volta che il lavoro glielo permetteva, è tornata con regolarità. Dopo anni da turista arriva la svolta: si trasferisce in Romagna e nel 2006 decide di aprire una piadineria.
Come è nata l’idea di aprire una piadineria a Cesenatico?
«È stato quasi per gioco: l’idea mi è venuta dopo aver conosciuto una ragazza che aveva deciso di lasciare la sua attività qui a Cesenatico, proponendomi di rilevarla. I costi, però, erano eccessivi. Ma proprio quell’offerta ha acceso in me il desiderio di provare ad aprire qualcosa di mio qui in Romagna. La prima scelta è stata una piadineria e, dopo alcune ricerche, ho trovato un locale a Ponente. Così, nel 2006, ho aperto la Piadineria Blue Moon».
Come ha imparato a fare la piadina?
«Anche in questo caso è nato tutto un po’ per caso, ma aprire una piadineria restava una sfida: non essendo romagnola, poteva sembrare un azzardo. Dopo aver iniziato a preparare le mie prime piadine, le portavo alle signore dei negozi accanto. Sentirmi dire: ‘Non sei romagnola, ma la tua piadina è buona’ è stato bellissimo. Da quel momento in poi, la mia ricetta è cambiata molte volte perché, nel tempo libero, andavo ad assaggiare la piadina ovunque per poterla perfezionare».
E quando si è resa conto di avere in mano un prodotto davvero valido?
«Le materie prime sono fondamentali in questo lavoro e dunque all’inizio cercavo chi potesse fornirmi i prodotti necessari. Per la farina mi recai in un mulino a Savio, spiegando che, dovendo aprire una piadineria, avevo bisogno di un fornitore stabile. Lì conobbi un signore di nome Ciro: aveva novant’anni, un gran uomo. Con lui seguii un corso in cui imparai moltissime cose sulla panificazione, sulle differenze tra le farine e sui loro utilizzi. Quel corso fu un’esperienza bellissima: ho imparato tanto e da lì è cominciata davvero la mia avventura in piadineria».

Il carovita ha avuto un impatto sulla sua clientela? E se sì, in che modo?
«Cambiamenti significativi ne ho visti solo raramente. Ad esempio, mi è capitato di vendere una Coca-Cola con quattro cannucce o di avere a pranzo clienti che si portavano l’acqua da casa. Ma nessun problema. Un momento davvero difficile è stato il periodo del Covid. Abbiamo reinventato la nostra offerta appoggiandoci a piattaforme come Just Eat o Glovo, ma non è stato semplice. Sono comunque riuscita a resistere grazie alla mia clientela, soprattutto attraverso le consegne a domicilio».
Secondo lei, cosa manca alla zona di Ponente per diventare competitiva quanto la parte “centrale” di Cesenatico?
«Io credo che a Ponente non manchi nulla. Abbiamo una nostra identità, diversa dal centro e non è un male. I turisti preferiscono soggiornare qui perché è più spazioso, c’è più verde e più tranquillo. Inoltre attraversare il porto canale è semplice, in un attimo sei dall’altra parte. A mio parere, l’unica cosa su cui bisognerebbe davvero intervenire sono le colonie. Lavoro qui da vent’anni: sono stati promessi interventi di riqualificazione, ma è cambiato troppo poco».
Immaginando di essere sindaco per un giorno, con budget illimitato, quali interventi farebbe per valorizzare e migliorare la zona di Ponente?
«Sarò ripetitiva, ma cercherei di demolire quei soggiorni marini e riqualificherei tutta l’area. E, nonostante io gestisca una piadineria, a volte mi sembra di essere un’agenzia immobiliare: tutti cercano casa, chi per lavoro, chi per studio, chi semplicemente vorrebbe una seconda abitazione al mare. L’area delle colonie è talmente ampia che si potrebbe fare qualsiasi cosa e, perché no, persino aprire un bel cinema all’aperto. Il potenziale di Ponente è enorme. Di certo la manterrei così: tranquilla, ariosa e spaziosa com’è ora. Forse, a parte qualche ristorante, dopo cena c’è poco per chi vuole bere qualcosa. Ma proprio per offrire un’alternativa alla Cesenatico del Porto Canale, progetterei qualcosa di più soft: un’offerta turistica diversa, così che ognuno possa scegliere tra Ponente e Levante».
La Voce Romagnola
