Doveva essere una piccola sfida gentile, quasi un gioco di comunità: dimostrare che un pomeriggio senza smartphone non è un castigo, ma un terreno fertile di inventiva.
Il concorso fotografico “Non m’Annoio”, promosso dall’associazione “Quelli di Sala del 2° Circolo Didattico APS”, invitava i bambini di Cesenatico (5-10 anni) a farsi ritrarre mentre costruiscono, disegnano, leggono, giocano, esplorano la natura: attività semplici, concrete, con le mani e con gli occhi, non con il pollice sullo schermo. “Conta il messaggio, l’originalità, il sorriso”, spiegava la presentazione dell’iniziativa, con invio delle foto e pubblicazione (con volti oscurati) e una gara di like per premiare i due scatti più votati.
Poi però arriva la realtà, e pesa più di qualsiasi slogan: le foto consegnate sono state soltanto tre. Tre bambini partecipanti, tre scatti, tre titoli che dicono già tutto: “Progetto quotidiano con Lego Duplo”, “Pozzanghere di felicità”, “Guarda avanti, non lo schermo”. E, soprattutto, una frase degli organizzatori che suona come un sospiro: “Abbiamo aspettato a pubblicare le foto arrivate per il concorso, nella speranza che arrivasse qualche altra foto”. Non è arrivata.


È qui che “Non m’Annoio” diventa, suo malgrado, un termometro. Non tanto della creatività dei bambini (che, quando viene chiamata in causa, c’è eccome), ma della difficoltà crescente a far attecchire ciò che è offline: proporre un gesto in più, un’uscita dai binari del telefono, un’attività da pensare e organizzare senza la spinta dell’algoritmo. Se non passa dallo schermo, spesso resta invisibile. E se resta invisibile, non mobilita.
Il paradosso è che l’iniziativa chiedeva una cosa minima: una foto. Non ore di laboratorio, non iscrizioni complesse. Eppure è bastato chiedere di rappresentare il divertimento senza cellulare perché la risposta si sgonfiasse. Forse la riflessione più amara è proprio questa: quando la proposta non coincide con l’abitudine digitale, rischia di non essere nemmeno percepita come “possibile”.
“Non m’Annoio” non è solo un concorso riuscito a metà. È un promemoria per tutti: se vogliamo che l’educazione al “fuori schermo” non sia una predica, va costruita come un’esperienza collettiva, sostenuta dagli adulti, ripetuta, resa desiderabile. Altrimenti, al di là delle buone intenzioni, la partita è truccata in partenza. E a vincere, ancora una volta, è lo smartphone.