C’è un momento in cui le parole del diritto smettono di essere neutrali e diventano pietre. “Nove anni ciascuno”: basta questa cifra, nuda e fredda, per capire perché oggi la rabbia non è un eccesso emotivo ma una reazione umana.
A Bologna, il Gup Letizio Magliaro ha condannato Charlie Sarcinelli e Badreddine Krimi a nove anni per l’omicidio preterintenzionale aggravato dai futili motivi di Eddine Bader Essefi, 19 anni. Un ragazzo tunisino, un lavoratore, un aiuto cuoco, morto la sera del 25 aprile dietro la chiesa di Sant’Andrea della Barca.
Nove anni. Per una vita spezzata — secondo quanto ricostruito dagli investigatori — a colpi di calci, pugni, ginocchiate al volto, persino con un oggetto contundente. Nove anni per un corpo lasciato a terra, per una fidanzata quindicenne che lo vede crollare, per due genitori che da quel giorno non hanno più una normalità. E, come se non bastasse, una provvisionale di diecimila euro: un numero che non ripara nulla, non riempie nessun vuoto, non restituisce nessun domani.
La Procura ne aveva chiesti dodici. Non è una questione di aritmetica vendicativa: è la distanza tra ciò che una comunità sente come giusto e ciò che il sistema produce come “equilibrato”. È lo scarto che alimenta sfiducia, perché alla fine il messaggio che passa è semplice e devastante: si può distruggere un’esistenza e cavarsela con una pena che, tra sconti, benefici e conti di calendario, diventerà (come sempre) ancora più corta.
Ogni volta ci dicono di avere fiducia. Ma la fiducia non si pretende: si merita. E quando la vita di un ragazzo appare “valere” nove anni, la sensazione è che la giustizia parli un linguaggio lontano dalla realtà, impermeabile al dolore, incapace di dare garanzie persino a chi dovrebbe esserne il destinatario finale: i cittadini.
Le motivazioni arriveranno entro novanta giorni. Intanto, però, restano i fatti e resta una domanda che brucia: se questa è la misura di una vita, quale misura resta per la nostra indignazione?