Lo striscione esposto nei pressi del Liceo Scientifico di Cesenatico, in viale dei Mille, rimanda a un fatto avvenuto a Roma il 7 gennaio 1978: l’agguato davanti alla sede del Movimento Sociale Italiano in via Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano, in cui furono uccisi due giovani del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.
Le ricostruzioni indicano che un commando aprì il fuoco mentre alcuni militanti uscivano dalla sezione; Bigonzetti morì sul colpo e Ciavatta, ferito, morì durante il trasporto in ospedale.
L’azione fu rivendicata da una sigla armata di estrema sinistra, ma la vicenda resta in parte irrisolta. A quell’episodio è legata anche la morte di Stefano Recchioni, colpito alcune ore dopo durante gli scontri seguiti all’agguato e deceduto nei giorni successivi: una pagina su cui, nel tempo, sono rimaste controversie su dinamiche e responsabilità.
Acca Larentia è diventata un simbolo perché mostra come, negli anni di piombo, l’odio ideologico potesse trasformare ragazzi in bersagli e le piazze in campi di battaglia. Per questo la memoria pubblica è delicata: ogni anniversario può oscillare tra ricordo sobrio e contrapposizione, e perfino un messaggio su un cancello scolastico può essere percepito come provocazione o come lutto. Anche oggi, a distanza di decenni, la cronaca registra tensioni e richiami alla “pacificazione”, segno di una ferita non del tutto rimarginata.
Un approfondimento storico equilibrato parte da un punto fermo: tre vite giovani furono spezzate e la democrazia perde sempre quando il conflitto politico diventa violenza. Ricordare, in modo non militante, significa attenersi ai fatti, distinguere tra ciò che è accertato e ciò che resta oscuro, e usare parole capaci di educare, non di riaccendere.