Il 7 giugno 1998 – esattamente 28 anni fa – Marco Pantani arrivava a Milano in maglia rosa e conquistava il suo primo e unico Giro d’Italia. A ventotto anni di distanza, quell’impresa resta una delle pagine più emozionanti del ciclismo italiano. Ma proprio l’anniversario di oggi riporta in superficie una riflessione che ha quasi il sapore dell’assurdo: Pantani, il più grande scalatore italiano dell’era moderna, ha vinto in carriera un solo Giro. Uno soltanto.
È questa la cosa incredibile. L’uomo che accendeva le montagne, che faceva saltare il banco con uno scatto, che trasformava ogni salita in un evento nazionale, ha lasciato in bacheca una sola maglia rosa finale. Eppure nella memoria collettiva sembra averne vinte molte di più. Perché Pantani non correva semplicemente per vincere: correva per emozionare.
Il Giro del 1998 fu il suo capolavoro. Dopo la cronometro di Trieste, il ritardo da Alex Zülle sembrava enorme, quasi insormontabile. Ma sulle Dolomiti il Pirata ribaltò la corsa. Attaccò, staccò gli avversari, conquistò la maglia rosa e poi resistette a Pavel Tonkov, fino alla consacrazione definitiva nella cronometro Mendrisio-Lugano. Il giorno dopo, a Milano, il trionfo.
Quello che resta oggi è molto più di una vittoria sportiva. Restano le immagini della bandana, degli scatti in salita, della folla ai bordi delle strade, di un Paese intero incollato alla televisione. Resta l’idea di un ciclismo istintivo, romantico, lontano dai calcoli e dalle attese.
Ma resta anche il rimpianto. Incidenti, cadute, fragilità e vicende controverse hanno impedito a Pantani di costruire un palmarès all’altezza del suo talento. Avrebbe potuto vincere altri Giri? Sicuramente sì, anche se nessuno potrà mai saperlo.
Ed è proprio questo paradosso a renderlo ancora più grande: Pantani ha vinto un solo Giro d’Italia, ma quel Giro continua a pesare come una leggenda. Perché certi campioni non si misurano soltanto con i numeri. Si misurano con le emozioni che hanno lasciato.