7 Novembre, 2026 Cesenatico

Perché il cicloturismo è in crisi? Strade e standard non all’altezza

Cesenatico e Gatteo Mare da anni vivono di bici: in primavera e a fine estate gli alberghi parlano tedesco, olandese, danese; nel resto dell’anno le nostre colline sono la palestra dei ciclisti locali. Ma se ci chiediamo perché il cicloturismo appaia in affanno, la risposta potrebbe essere qui: strade non all’altezza delle aspettative, soprattutto per chi viene da Paesi dove la sicurezza è la norma e non l’eccezione. In Spagna – basti guardare la Costa Brava tra Alicante e Benidorm – percorsi e infrastrutture sono costruiti su misura, e attorno a quelle reti è nato un business enorme.

Le porte d’ingresso verso l’entroterra sono due. Via Rigossa Destra è la più battuta (anche dai turisti di Valverde e Villamarina), ma non è “ciclabile” secondo le linee guida: i limiti passano da 50 a 70 km/h e spesso non vengono rispettati; la carreggiata non consente il metro e mezzo di distanza laterale in sorpasso; il traffico è elevato, specie nei weekend estivi; la strada collega le località balneari al casello Valle del Rubicone; il fondo non è impeccabile. Difficile parlare di sicurezza con questi parametri.

L’alternativa è il percorso ciclistico consigliato di via Rubicone: fondo buono e flussi contenuti, pur essendo percorso quotidianamente dagli autobus scolastici. Tuttavia il limite di 30 km/h è presente solo a tratti e poco rispettato; la sede è stretta e non garantisce la distanza laterale; il tracciato è un susseguirsi di curve che riducono la visibilità e aumentano il rischio per chi pedala.

Qui si annida anche un equivoco: il cartello marrone “percorso ciclistico consigliato” è un segnale di indicazione, non “obbligatorio” né di “prescrizione”. Suggerisce un itinerario piacevole (spesso per motivi paesaggistici), ma non certifica la “ciclabilità tecnica” della strada né impone obblighi; diverso dal cartello blu del Codice, che individua percorsi più sicuri. Le Linee guida MIT 2022 ne raccomandano l’uso solo dove esistono velocità moderate, traffico limitato e fondo buono. Troppo spesso, invece, molti Comuni lo impiegano come surrogato di una ciclovia: una foglia di fico economica che non sostituisce gli adeguamenti infrastrutturali.

Se la nostra Riviera vuole tornare competitiva con chi ha investito in greenways fluviali e reti dedicate, serve un salto di qualità: una vera ciclovia tra costa e colli, corsie larghe, limiti realistici e controllati, intersezioni protette, manutenzione del fondo. Non è solo sicurezza: è promozione turistica, economia diffusa, qualità della vita. 

Forse il declino del cicloturismo romagnolo sta proprio qui, nelle infrastrutture “che lasciano il tempo che trovano”, mentre altrove la bici è diventata un volano di sviluppo.
LaVoceRomagnola

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