Ci si può chiedere, senza ipocrisie, che senso abbia nel 2026 commemorare Giuseppe Mazzini. La domanda è legittima. Anzi, è persino necessaria, perché ogni celebrazione che non si interroga sul proprio significato rischia di ridursi a liturgia, a gesto ripetuto, a memoria senza vita. E invece, proprio a Cesenatico e in Romagna, ricordare Mazzini (appuntamento questa mattina alle 10 in piazza Pisacane) può avere ancora un valore preciso, contemporaneo, perfino scomodo.
Mazzini non appartiene soltanto al pantheon del Risorgimento. Non è solo una statua, un busto, un nome di strada. È stato l’uomo che ha provato a dare all’Italia un’idea alta di sé: non una somma di interessi, non una semplice geografia unificata, ma una comunità fondata su educazione civica, responsabilità, partecipazione popolare. In un tempo come il nostro, segnato da sfiducia, astensionismo, individualismo e impoverimento del linguaggio pubblico, il suo richiamo ai doveri prima ancora che ai diritti torna a essere provocatorio.
È qui che la Romagna entra in gioco. Perché il mazzinianesimo, da queste parti, non è stato un fenomeno ornamentale. È stato cultura politica diffusa, tessuto morale, associazionismo, pedagogia civile. Ha inciso nella formazione di élite repubblicane, anticlericali, popolari; ha alimentato un’idea severa ma generosa della cosa pubblica; ha dialogato con il garibaldinismo, con il repubblicanesimo, con quella tradizione romagnola che ha spesso unito passione politica e radicamento comunitario.
Non tutto, certo, è diventato storia vincente. Il progetto mazziniano di una nazione educata alla virtù civile è rimasto in parte incompiuto. L’Italia unita è nata, ma non sempre è diventata quella “religione della patria” morale e democratica che lui immaginava. Molto si è realizzato sul piano istituzionale, meno sul piano etico.
Ed è proprio questo scarto a rendere Mazzini ancora interessante. Lo si ricorda non perché abbia avuto ragione su tutto, ma perché ha lasciato una domanda aperta: può esistere una democrazia senza cittadini consapevoli? Può reggere una comunità se ciascuno rivendica soltanto qualcosa per sé? Può esistere patria senza responsabilità reciproca? In anni in cui la parola patria è spesso deformata, usata come slogan identitario o svuotata di contenuto, Mazzini la restituisce un significato più esigente: patria come missione comune, come solidarietà, come educazione del popolo.
Per una città di mare come Cesenatico, concreta e abituata al lavoro, questo messaggio non è astratto. Vuol dire ricordare che la vita pubblica non si regge soltanto sulle amministrazioni o sugli eventi, ma sulla qualità morale dei legami civili. Vuol dire difendere l’idea che una comunità cresce se custodisce memoria, senso del limite, spirito di servizio. E vuol dire anche accettare che la memoria, per essere utile, non deve consolare: deve inquietare.
Perciò la commemorazione di oggi in piazza Pisacane, dove si festeggia il 153esimo anniversario della morte (10 marzo 1872), può avere senso se non sarà soltanto omaggio a un grande del passato, ma occasione per misurare la distanza fra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Ricordare Mazzini, in fondo, serve a questo: non a venerare una reliquia laica, ma a domandarci se siamo ancora capaci di pensare la politica come responsabilità, la cittadinanza come impegno, la comunità come destino condiviso.