Per una volta non servono passaporto, vaccini internazionali o voli intercontinentali: per scoprire un pezzo d’Africa basta andare a Cesenatico, passeggiare sul porto canale o fermarsi sulla spiaggia a guardare l’Adriatico. Sembra una battuta da ombrellone, una di quelle che nascono tra una piadina e una partita a carte, e invece la storia è sorprendentemente seria. O almeno lo è dal punto di vista geologico.
A raccontarla è stato il geologo Rosario Fichera, intervenuto in un incontro organizzato dal Rotary Club Valle del Rubicone. Un viaggio a ritroso di 250 milioni di anni, un periodo di tempo così vasto che persino la parola “antico” sembra improvvisamente troppo moderna.
La notizia, detta in modo semplice, è questa: la Romagna era un pezzo d’Africa. O meglio, il territorio sul quale oggi sorgono Cesenatico, Cesena e gran parte della Riviera romagnola si trovava sul margine della placca africana, affacciato su un enorme oceano chiamato Tetide.
Provate a immaginare il panorama. Niente alberghi, niente stabilimenti balneari, niente pedalò e niente discussioni sul costo del lettino in prima fila. C’era soltanto acqua. Tanta acqua. Per milioni di anni qui esisteva un mare profondo nel quale si depositavano sedimenti destinati, molto tempo dopo, a diventare rocce e colline.
Poi la Terra ha iniziato a fare ciò che sa fare meglio: muoversi. Lentamente, certo, con una pazienza che nessun essere umano potrebbe sopportare. La collisione tra Africa ed Europa ha compresso quei fondali marini, li ha sollevati e, nel corso di milioni di anni, ha creato gli Appennini.
Così, se oggi osserviamo le colline romagnole o la Vena del Gesso, stiamo guardando antichi fondali marini trasformati dal tempo.
E allora forse possiamo permetterci una conclusione semiseria: in fondo i romagnoli avevano ragione a sentirsi gente calorosa. Evidentemente un po’ di Africa, molto in profondità, è rimasta davvero. Non nel passaporto, ma sotto i piedi.