Tra le foto arrivate in redazione ce ne sono alcune che raccontano l’ultimo saluto com’era: solenne, lento, scandito dal passo dei cavalli.
In Romagna, a Cesenatico e nei centri dell’entroterra e della costa, la carrozza funebre sopravviveva come scelta di tradizione quando l’autofunebre era già la norma. La motivazione era insieme pratica e simbolica: il tempo del dolore doveva essere rispettato, il corteo riconosciuto dalla comunità, le strade attraversate senza fretta.
Nello scatto che pubblichiamo si riconosce un feretro accompagnato in piazza della Libertà a Gatteo Mare, tra gli anni Settanta e Ottanta. Il carro è di gusto ottocentesco: cassa vetrata, colonne intagliate, lanternoni laterali, pinnacoli e fregi che ripetono motivi floreali.

Sopra e ai lati ricadono drappeggi scolpiti; all’interno, tra i vetri, si intravede lo spazio per il catafalco. È un mezzo costruito per “mostrare” il rito, non per nasconderlo: i dettagli parlano di artigiani del legno e del ferro, di una manifattura che in Romagna aveva botteghe capaci di manutenerli per decenni.
Davanti, una pariglia di cavalli da tiro con gualdrappe nere ricamate e pennacchi bianchi al capo. Le bardature imbottite, i collari, il pettorale sono quelli delle grandi occasioni; il passo, cadenzato, dava ritmo al corteo. Spesso aprivano la marcia le confraternite con lo stendardo, poi la banda attaccava una marcia funebre, quindi il carro con il cocchiere in giubba scura e cilindro, dietro i familiari a piedi e il paese intero, perché il funerale era anche un fatto comunitario.
La carrozza non era solo estetica: le lanterne avevano un ruolo pratico quando si procedeva al crepuscolo; le tende interne proteggevano dai riflessi, i vetri consentivano a tutti di rendere omaggio. Con l’avanzare del traffico e dei regolamenti stradali prevalse il mezzo a motore, ma qui il cavallo restò come segno di rispetto e di identità locale. Quelle immagini lo ricordano bene: la Romagna del lavoro e del mare sapeva fermarsi, al passo dei cavalli, per accompagnare i suoi morti.
