22 Settembre, 2026 Cesenatico

Quando il fumo uccide: ecco perchè Fabiola Collini non ce l’ha fatta

Quando una persona respira fumo durante un incendio, nel corpo possono accadere tre cose contemporaneamente. La prima è una lesione “meccanica-termica”: l’aria calda e le sostanze irritanti colpiscono soprattutto bocca, faringe e laringe. Il problema è che l’effetto più pericoloso spesso non è immediato: nelle ore successive le mucose si infiammano e si gonfiano, la gola “si chiude”, la respirazione diventa via via più difficile e, nei casi gravi, può rendersi necessaria l’intubazione per evitare l’ostruzione delle vie aeree. 

La seconda è una lesione chimica del polmone profondo. Il fumo porta particelle e composti che irritano bronchi e alveoli: aumenta il muco, compaiono broncospasmo e tosse, si formano tappi che bloccano l’aria e lo scambio di ossigeno peggiora. Anche qui l’andamento può essere subdolo: qualcuno “sembra stare bene” e poi, dopo alcune ore, sviluppa insufficienza respiratoria fino a quadri severi simili all’ARDS, con bisogno di ossigeno ad alti flussi o ventilazione.

La terza, spesso decisiva, è l’avvelenamento da gas. Il monossido di carbonio (CO) si lega all’emoglobina molto più dell’ossigeno, riducendo l’apporto di O₂ a cervello e cuore; compaiono cefalea, nausea, confusione, poi perdita di coscienza e arresto cardiaco. Nelle casistiche, la maggioranza dei decessi presenta livelli di carbossiemoglobina elevati (spesso oltre il 50%). In alcuni incendi (specie con materiali sintetici) può aggiungersi il cianuro, che blocca l’uso dell’ossigeno a livello cellulare e accelera il collasso.

Non esiste una “quantità letale” unica, perché contano spazio chiuso, durata e combustibili, ma per dare un’idea: concentrazioni ambientali di CO nell’ordine di 800–1.600 ppm sono associate a perdita di coscienza e morte in tempi da decine di minuti a poche ore. Fabiola Collini, dunque, è rimasta esposta al fumo per troppo tempo e, anche se è arrivata al “Bufalini” ancora viva, la sua situazione respiratoria è precipitata nelle ore successive, portandola alla morte. 

Chi sopravvive può guarire del tutto, oppure restare con esiti respiratori (iperreattività bronchiale, tosse cronica) e, dopo avvelenamento da CO, anche con disturbi neurologici “tardivi” che compaiono giorni o settimane dopo un’apparente ripresa.

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