E’ vero: Yamel Malouak formalmente è evaso. Sosta in A14 al casello Rubicone, portiera aperta, due agenti sorpresi: scena da action a basso budget. Ma stop con la colonna sonora: Malouak non è un boss in fuga, non è armato, non ha stuprato, non ha rapinato banche. Non risulta pregiudicato e la sua fedina penale sembra immacolata. Il suo profilo è, diciamolo, quello del “medio-man”: uno dei tanti disperati senza permesso di soggiorno che in tempi normali finiscono nella routine di questure, modulistica e voli di rientro, spesso silenziosi, talvolta con ritorno il giorno dopo. Di clandestini come lui a Cesenatico – non a Milano – ne beccano un paio alla settimana.
Qui sta l’anomalia: per un irregolare qualunque si mobilita un kolossal. Da Bologna a Bari con due agenti dedicati, costi di andata e di ritorno, pattuglie, telecamere, titoloni a sei colonne, manca solo il “Wanted” con la taglia. Un gran casino per un caso che in altre giornate scorrerebbe nel cassetto “amministrativo”. Sia chiaro: l’evasione è reato, si persegue. Ma la proporzione conta. Confondere la procedura con l’epopea serve allo share, non alla realtà.
E lui? Non sarà il genero dei nostri sogni, ma non è neppure il Mostro di Firenze. Sta nel mezzo, come la maggior parte degli immigrati. Il paradosso è che la celebrità che mai avrebbe immaginato gli arriva proprio dal nostro zoom esagerato.
Passata la tempesta mediatica, resteranno i conti e una lezione: quando l’ordinario si traveste da straordinario, non è il fatto a cambiare, è la telecamera che forse si avvicina troppo.