22 Settembre, 2026 Cesenatico

Quanto pesano davvero le associazioni di categorie a Cesenatico? (E perché siedono nella DMO?) 

La domanda la facciamo adesso perchè, dopo la festa del Pesce, qualcuno si sente in odore di santità: quanto contano davvero le associazioni di categoria nella vita economica cittadina e con quale mandato siedono nei luoghi dove si decide la strategia turistica? 

Prima tesi, nuda e cruda: le categorie non hanno fatto nulla – ma proprio nulla – di incisivo per arginare la crisi del commercio in questa città. Il centro e i quartieri raccontano da soli la stagione che stiamo vivendo: serrande abbassate, “affittasi” che spuntano come margherite, esercizi che tirano la cinghia su riassortimenti e campionari. 

Togliamo le grandi catene: per i negozi piccoli la sostenibilità è eccezione, non regola. Diciamolo con chiarezza: portare a casa 1.500 euro netti al mese, dopo affitti, bollette, fornitori e tasse, è diventato un traguardo per pochissimi; molti stanno in equilibrio precario tra fidi, mutui e finanziarie. 

In questi anni, con questo quadro, quale proposta strutturale hanno messo sul tavolo Confesercenti e Confcommercio? Quale piano anti-crisi, quale negoziazione sugli affitti di via, quali strumenti di rete per acquisti, logistica, marketing congiunto? Silenzio. O, nella migliore delle ipotesi, iniziative sporadiche senza prospettive nè continuità.

Simone Battistoni – presidente della Cooperativa Bagnini – si batte da sempre “come un leone” per difendere il suo comparto, con una bussola chiara: nessuno resti indietro. E anche il presidente degli albergatori Alfonso Maini, negli ultimi anni, ha mostrato energia e metodo organizzando un confronto aperto tra operatori per parlare di turismo e strategie comuni. Due esempi concreti di rappresentanza attiva: si ascolta la base, si mette a terra un’agenda, si prova a trasformare i problemi in proposte.
E gli altri? Che cosa hanno fatto, in questi anni, i delegati di Confcommercio e Confesercenti per difendere davvero le attività di Cesenatico?

Qui sta il nodo: la DMO (Destination Management Organization). Troppe volte, davanti a proteste e criticità, è riecheggiata la formula: “Le categorie sono d’accordo”. Ma chi è stato ascoltato, quanti sono gli associati effettivamente coinvolti, quali verbali e votazioni supportano quelle posizioni? Se le associazioni parlano per sé più che per la base, la loro presenza nella DMO rischia di essere “sostituzione di rappresentanza”, non partecipazione. 

Non è una chiamata alle scomuniche, è una chiamata al metodo. Se un posto nella DMO dipende dal potere rappresentativo, allora lo si misuri. Servono criteri pubblici: numero degli associati attivi, tasso di partecipazione, consultazioni certificate prima delle decisioni, rendicontazione annuale degli esiti. E serve apertura: seggi a rotazione per categorie oggi escluse, comitati temporanei di quartiere, tavoli con i “non allineati” che fanno impresa – e sono la maggioranza – senza aderire a nessuna sigla. Altrimenti il rischio è un corto circuito permanente: associazioni che millantano un mandato che non hanno e condividono scelte mai concertate con chi tutti i giorni alza la serranda. 

La Festa del Pesce – che in questi giorni viene sbandierata come un fiore all’occhiello – in realtà è un promemoria che chiama le categorie al rendiconto. In tre giorni abbiamo avuto la dimostrazione plastica di quanto Cesenatico possa generare quando si punta sul filone giusto. Ma proprio l’eccezione rivela il limite: se la cabina di regia funziona solo per una vetrina episodica, significa che il potenziale resta inespresso per i restanti 362 giorni, mentre una parte importante del tessuto produttivo resta ai margini, invisibile nei numeri e assente nei benefici. Se non trasformiamo l’eccezione in metodo, la festa resterà un acuto isolato: brillante in superficie, ma incapace di sostenere chi lavora dodici mesi l’anno.

In conclusione: la rappresentatività non si dichiara, si dimostra. E oggi a Cesenatico le categorie sembrano rappresentare soprattutto se stesse. È tempo che il Comune ne prenda atto, ricalibri la DMO sulla realtà e non sulle liturgie, e rimetta al centro chi rischia davvero: negozi, bar, ristoranti, artigiani. Le feste passano; i conti restano. E a quelli bisogna rispondere con progetti, non con due comunicati celebrativi all’anno. 

Ps. Lunedì, con gli stand ancora da smontare, le categorie hanno diramato un comunicato stampa per annunciare che alla Festa del Pesce hanno partecipato 70mila persone. Detto che per noi erano di più, con quali criteri e quale conteggio analitico si è arrivati a stabilire quel numero? Ve lo diciamo noi: con la solita logica spannometrica. E con quella – ce lo dice la storia – non si va da nessuna parte.   

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