22 Settembre, 2026 Cesenatico

Quarantacinque anni fa moriva Lina Pagliughi, il gorgheggio leggero che attraversa l’oceano

C’è un suono, prima ancora di un nome, dietro Lina Pagliughi: un gorgheggio che si assottiglia come seta, una voce che modella l’aria prima di domarla. Pagliughi nasce a Brooklyn nel 1907, cresce tra i moli e le colline di San Francisco, eppure porta nel cuore un’Italia che non ha ancora visto. La incoraggia il soprano Luisa Tetrazzini: “studia Lina studia e, quando ti senti pronta, parti…”. 

Milano la attende; lo studio con il direttore d’orchestra Gaetano Bavagnoli le affina l’italiano e il timbro; nel 1927 interpreta Gilda al Comunale. Non un debutto, un’impronta: la parola – scriveranno i critici dell’epoca – si lega alla nota come nei manuali antichi.

Gli anni Trenta e Quaranta sono il suo regno. Lirico-leggera per vocazione e disciplina, Pagliughi attraversa tutti i territori del belcanto: Rosina e Adina per il sorriso, Norina per la malizia, Amina per l’incanto sospeso, Lucia per la follia che non urla ma scolpisce arabeschi nell’aria. 

La critica la vuole erede di Toti Dal Monte: paragone alto, che regge nella dizione pulita, in quella rotondità del timbro che rende il virtuosismo un fatto musicale e non ginnico. Nel 1932 attraversa un altro oceano e canta in Australia; poi rientra, perché la sua geografia è l’Italia dei teatri medi, delle tournée di provincia, delle platee colte ed attente.

Con la Cetra incide integrali che oggi brillano come cimeli immortali: Lucia di Lammermoor, La sonnambula, Rigoletto, La fille du régiment, Un giorno di regno. 

Dopo il 1947 lascia la scena; per la radio resta fino al 1956, affinando il dono di raccontare col suono. Poi insegna: trasmette misura, non trucchi; gusto, non tic.

Anche il cinema l’ha già ascoltata: nel 1938 la sua voce canta Biancaneve per il doppiaggio italiano. È un paradosso felice: la più italiana delle colorature dà anima a un’icona americana.

Il suo approdo ultimo è la Romagna. A Gatteo Mare vive gli anni sereni con il marito, il tenore Primo Montanari; qui muore nel 1980. Per molti anni la sua eco non tace: dal 1983 il premio “Siola d’oro” di Gatteo onora le grandi voci di coloratura – da Luciana Serra a June Anderson, da Mariella Devia a Sumi Jo, fino a Jessica Pratt e Pretty Yende – come a dire che una tradizione non si conserva, si coltiva. 

Riascoltata oggi – a 45 anni esatti dalla sua morte (2 ottobre 1980) – Pagliughi ricorda che il belcanto non è una categoria museale, bensì un’etica: misura, proporzione, fantasia disciplinata.

Oggi, tra un premio e un vinile ritrovato, la sua lezione resta attuale: cantare è disegnare il tempo, non il clamore. E il tempo, quando è ben disegnato, non ingiallisce.

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