Un pesce che si gonfia come un pallone, armato di un becco capace di spezzare conchiglie e di una tossina micidiale: il Lagocephalus sceleratus, noto come pesce palla argenteo, è arrivato stabilmente nel mare Adriatico.
L’ultimo segnale è la cattura in Istria, a pochi chilometri in linea d’aria dalla costa romagnola: un avvistamento che conferma l’avanzata di una delle specie più problematiche del Mediterraneo. Originario dell’Oceano Indiano e del Mar Rosso, è passato dal Canale di Suez e, complice il riscaldamento delle acque, ha trovato nel nostro bacino un ambiente favorevole.
Sulla Riviera romagnola, al momento, non risultano segnalazioni ufficiali. Ma la distanza dall’Istria è breve e le correnti adriatiche non conoscono confini amministrativi. Per questo biologi e addetti alla pesca invitano a tenere alta l’attenzione: non è allarmismo, è prevenzione.

Il pesce palla argenteo non è una curiosità esotica: contiene tetrodotossina, una neurotossina letale anche dopo la cottura, concentrata in fegato, gonadi, pelle e intestino. La normativa europea ne vieta la commercializzazione e il consumo. Un’assaggio “di prova” può trasformarsi in tragedia.
I problemi non finiscono qui. Le sue mascelle a becco tagliano lenze e rompono reti, sottraendo prede e valore a una pesca costiera già in difficoltà. Sul piano ecologico, è un predatore opportunista che erode molluschi e crostacei, alterando gli equilibri delle catene alimentari. Potrebbe pesare più del granchio blu, che pure ha creato disagi notevoli in lagune e valli: il pesce palla unisce impatto economico e rischio sanitario diretto per pescatori, bagnanti e ristorazione.
Che fare, dunque? In caso di cattura accidentale non toccarlo a mani nude, non eviscerarlo, non assaggiarlo. Separarlo dal resto del pescato, scattare una foto e segnalare subito alla Capitaneria di Porto o all’ISPRA.
Per i cittadini, vale una regola semplice: se un pesce si gonfia e ha un “becco”, lasciatelo stare