22 Settembre, 2026 Cesenatico

Resistere o arretrare? Le spiagge italiane davanti alla crisi climatica (e cosa significa per l’Adriatico)

C’è una domanda scomoda al centro dello studio di Filippo Celata ed Eleonora Gioia: fino a quando ha senso “resistere” e quando, invece, conviene arretrare? L’analisi “Resist or retreat? Beach erosion and the climate crisis in Italy” integra proiezioni di innalzamento del livello del mare con basi-dati su uso delle spiagge, dotazioni turistiche e infrastrutture.

Il quadro che ne esce è di forte pressione cumulativa: erosione già in atto per cause antropiche + mare in salita = spiagge compresse tra acqua e manufatti. Insomma, non lo scenario ideale.

I numeri-chiave sono brutali e semplici da ricordare: circa il 20% delle spiagge italiane può finire quasi del tutto sommerso entro il 2050; la quota potrebbe salire verso il 45% entro il 2100 nello scenario climatico peggiore. Lo stesso lavoro stima che fino al 70% dei litorali sabbiosi sarà interessato da processi erosivi entro metà secolo, se non si cambia passo. Per molte regioni “balneari”, almeno un terzo delle spiagge attrezzate risulta a rischio.

La mappa del rischio non è omogenea: conta la morfologia, il grado di urbanizzazione di retrospiaggia, la presenza di opere rigide (pennelli, scogliere, dighe), l’abitudine ai ripascimenti e, soprattutto, la capacità amministrativa di pianificare per tempo. 

Il paper sottolinea che la difesa dura “a tappeto” tende a spostare il problema nel tempo o nello spazio, non a risolverlo; i ripascimenti funzionano se inseriti in piani pluriennali, se alimentati da bacini sabbiosi sostenibili, e se misurati con monitoraggi continui.

Da qui l’alternativa strategica del titolo: resist or retreat. 1) Resistere: consolidare dove il valore ecologico/sociale/economico è alto e la difesa è tecnicamente efficace (con soluzioni ibride, nature-based, e manutenzione programmata). 2) Arretrare: pianificare spostamenti selettivi di strutture e servizi dove la protezione sarebbe costosa, fragile o dannosa per dinamiche sedimentarie e accesso pubblico.
Per gli autori, non è un aut-aut ideologico, ma un portafoglio di scelte basato su dati, trasparenza e partecipazione locale.
Un passaggio cruciale dello studio riguarda le ricadute socio-economiche: laddove la spiaggia è “bene produttivo” e spazio pubblico, l’erosione diventa problema di equità (chi paga e chi perde) e di governo del territorio (evitare nuove edificazioni in aree di futura sommersione). La gestione non è solo ingegneria: è politica pubblica, con criteri per stabilire priorità e tempi di intervento, tenendo insieme turismo, ecosistemi e giustizia climatica.

Il messaggio operativo, espresso con prudenza ma chiarezza, è doppio: 1) servono linee guida nazionali che rendano coerenti i piani locali e scongiurino soluzioni “a pezzi”; 2) occorre legare il finanziamento (difese, ripascimenti, delocalizzazioni) a evidenze misurabili e monitoraggi aperti, così da capire se si sta davvero guadagnando tempo o solo rinviando la perdita.
Per l’Adriatico romagnolo – che concentra concessioni, infrastrutture e comunità costiere, la lezione è immediata – scegliere dove resistere e dove arretrare non può essere un tabù. È una scelta progettuale, da preparare con scenari cartografici condivisi, criteri di compensazione e strumenti per garantire l’accesso pubblico alla costa mentre cambia. 

In questo senso, lo studio 2024 è un manuale di navigazione più che un referto apocalittico: indica rotte, paletti e punti cospicui per non farsi cogliere di sorpresa dalla prossima mareggiata, né dal prossimo decennio.

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