Giovedì sera, al Parco XXV Settembre, sotto l’ombra antica del Ponte di Tiberio, si è aperta la prima serata del “Marecchia Dream Fest”, la rassegna che fino al 3 maggio porterà a Rimini concerti ed eventi musicali.
La serata inaugurale è stata dedicata alla musica della storica Melody Mecca, discoteca che per quasi vent’anni ha rappresentato molto più di un locale: per gli amanti dell’afro e del funky è stata un’istituzione, un punto di riferimento, quasi un rito collettivo.
Aperta nel 1980, la Mecca seppe attraversare due generazioni, attirando pubblico da ogni parte d’Italia. Per molti non era soltanto una destinazione del sabato sera, ma una vera meta: un pellegrinaggio laico fatto di musica, libertà e appartenenza.
Nel suo periodo d’oro, il parcheggio si riempiva delle auto simbolo di un’epoca — Renault 4, Dyane, Citroën DS — mentre il suono dei tamburi e l’atmosfera delle notti d’estate accompagnavano l’attesa prima dell’ingresso. Si racconta che, durante le aperture pasquali, la vicina piazza Tripoli venisse invasa da tende e sacchi a pelo di ragazzi arrivati da tutta Italia.


Poi, al calare del sole, un lungo cordone umano si metteva in cammino verso quello che era diventato il cuore pulsante della notte riminese: la Mecca.
Dietro la consolle si alternavano nomi entrati nella storia, da TBC a Peri, da Baldelli a Mozart, Raba e Fary. I dischi giravano fino all’alba, le piste si riempivano, i corpi seguivano il ritmo senza sosta.
Fuori, il locale sembrava appartenere a un’altra dimensione: una zona franca sospesa, dove la notte pareva riscrivere le proprie regole.
Poi arrivò la fine, nell’agosto del 2000. Eppure, a distanza di 26 anni, sono ancora migliaia i nostalgici che continuano a ricordare quei tempi. Non soltanto una discoteca, ma un’Italia diversa, una società diversa, un modo di vivere la notte che oggi appare lontano, quasi irreale.
Un mondo che non esiste più. O forse, semplicemente, un mondo che non siamo più capaci di riconoscere.





