22 Settembre, 2026 Cesenatico

Rimini, cassiera licenziata dopo mesi di umiliazioni, il Tribunale la reintegra: 61 mila euro di risarcimento per mobbing

Assunta nel 2023 a tempo indeterminato come cassiera in un supermercato di Rimini, una donna di 40 anni si è ritrovata in breve tempo al centro di una vicenda lavorativa drammatica, culminata nel licenziamento. 

Quella che sembrava una contestazione disciplinare legata a presunti illeciti nella gestione di buoni sconto si è rivelata invece, in tribunale, l’epilogo di una lunga sequenza di vessazioni e umiliazioni subite sul posto di lavoro.

Secondo quanto emerso nel procedimento, la lavoratrice sarebbe stata presa di mira da un responsabile del punto vendita, che per mesi l’avrebbe insultata anche davanti a colleghi e clienti, rivolgendole frasi pesantissime come “non vali niente”, “non capisci nulla” e “sei un’incapace”. Offese continue, accompagnate da toni aggressivi e atteggiamenti denigratori, che avrebbero progressivamente minato il suo equilibrio psicologico fino a provocarne un vero crollo.

Il Tribunale di Rimini, sezione lavoro, ha ricostruito l’intera vicenda ascoltando numerosi testimoni e disponendo una perizia medico-legale per accertare le conseguenze subite dalla dipendente. Dalla sentenza emerge che il superiore avrebbe posto in essere “sistematiche condotte prevaricanti”, tali da creare un ambiente di lavoro “opprimente, stressante e avvilente”. La donna avrebbe riportato un danno alla salute riconducibile a un disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso, legato allo stress lavoro-correlato.

Alla luce di questi elementi, il giudice ha dichiarato illegittimo il licenziamento, ordinando la reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro. L’azienda è stata inoltre condannata a versare 12 mensilità di indennizzo, pari a circa 21mila euro, e 40mila euro per i danni da mobbing, oltre a interessi e spese legali.

Una decisione netta, che riconosce non solo l’ingiustizia del licenziamento, ma anche la gravità delle condotte subite. Un caso che conferma come la tutela del lavoratore riguardi non soltanto la sicurezza fisica, ma anche la dignità personale e la salute psicologica nei luoghi di lavoro.

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