In Romagna la guerra in Medio Oriente non resta un tema lontano. Negli ultimi giorni prese di posizione pubbliche, iniziative nei porti, atti dei consigli comunali e scelte della distribuzione organizzata hanno dato forma a una “stretta” che intreccia etica, economia e sicurezza. Il dossier è sensibile: da Rimini a Ravenna, ogni decisione ha ricadute su turismo, logistica e clima sociale.
Il primo fronte è quello fieristico. A Rimini, il sindaco Jamil Sadegholvaad e il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale hanno scritto a Italian Exhibition Group chiedendo di valutare come “inopportuna” la presenza istituzionale di Israele al TTG Travel Experience (8–10 ottobre), vetrina internazionale del turismo. Nella lettera si richiama il quadro “drammatico” di Gaza e si sottolinea la difficoltà di conciliare la consueta compresenza degli stand di Israele e Palestina con la fase attuale. L’ente fieristico è stato invitato a tener conto della posizione, “che – dicono – riflette la sensibilità di una parte consistente della cittadinanza”.
Il secondo fronte è quello portuale. Ieri, a Ravenna, i lavoratori di Porto Corsini hanno bloccato l’imbarco di due container classificati come esplosivi e diretti a Haifa. La vicenda, resa pubblica dal sindaco Alessandro Barattoni, ha innescato un braccio di ferro con la logistica, acceso proteste in città e scandito nuove mobilitazioni nelle aree portuali. Comune, Provincia e Regione – azionisti di Sapir – hanno espresso la loro contrarietà con una comunicazione formale, mentre proseguono sit-in e assemblee.
Sul piano politico, Riccione ha approvato un ordine del giorno che aderisce a campagne di boicottaggio di beni e servizi prodotti da aziende israeliane, escludendo esplicitamente farmaci e prestazioni sanitarie. L’atto, incardinato come “pressione politica per la pace e il rispetto del diritto internazionale”, ha acceso il confronto in Consiglio e tra le categorie economiche locali.
La grande distribuzione è un ulteriore tassello. Coop Alleanza 3.0, presente capillarmente in Emilia-Romagna, ha annunciato la rimozione di alcuni prodotti israeliani dagli scaffali (tra cui arachidi, tahina e articoli Sodastream), presentandola come scelta simbolica connessa alla crisi umanitaria. La decisione, rilanciata dai media, ha generato reazioni opposte tra clienti e associazioni, aprendo il dibattito su efficacia e limiti dei boicottaggi commerciali.
Intanto, il 26 settembre Ravenna ospiterà Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui Territori palestinesi, per un incontro promosso dal coordinamento locale: un appuntamento che promette di catalizzare l’attenzione regionale e nazionale sul tema dei diritti umani.
La stretta romagnola si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove crescono pressioni e appelli al boicottaggio in ambiti culturali e mediatici – si pensi al dibattito sull’Eurovision – mentre istituzioni e organizzatori bilanciano libertà di espressione, sicurezza e neutralità degli eventi.
In Romagna la discussione tocca anche nodi pratici: la tutela degli operatori fieristici, la gestione dei flussi nei porti, l’impatto sulle filiere turistiche e commerciali. Non mancano ricadute sociali: realtà come l’Accademia Acrobatica di Cesenatico, frequentata anche da cittadini israeliani (nella foto l’immagine di un torneo di ginnastica della scorsa primavera), osservano con attenzione il clima cittadino e la necessità di preservare convivenza e rispetto reciproco.
In sintesi, la regione fotografa una fase in cui azioni istituzionali (lettere ufficiali, ordini del giorno) e sociali (scioperi, presìdi, scelte di consumo) convergono in una pressione crescente. Un movimento che chiede un posizionamento chiaro e, allo stesso tempo, impone alle amministrazioni di misurare conseguenze e sostenibilità delle decisioni. La rotta, al momento, è tracciata: in Emilia-Romagna la discussione non è più solo simbolica, ma tocca i gangli dell’economia locale e della vita quotidiana.