Domani sera (ore 20.15), alla Biblioteca Malatestiana di Cesena, la proiezione di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” chiude una rassegna dedicata a Pier Paolo Pasolini.
Non è una semplice commemorazione d’autore: riportare oggi in sala questo film del 1975 significa interrogarsi su quanto il suo sguardo feroce sul potere e sulla riduzione dell’essere umano a “cosa” continui a parlarci. Soprattutto in un presente che, almeno in apparenza, non ha più bisogno di camicie nere per esercitare la sopraffazione.
In Salò il fascismo è insieme contesto storico e maschera. Pasolini non è interessato a ricostruire il passato, ma a mostrarci il meccanismo nudo: chi detiene il potere trasforma i corpi in materia prima, in oggetto di consumo.
I giovani sequestrati nella villa non hanno biografia, futuro, parola politica: sono “materiale umano”, da usare, scartare, distruggere. È difficile non pensare, oggi, a quante vite vengono ridotte a numeri, statistiche, flussi: migranti, lavoratori precari, corpi in guerra visti solo attraverso le immagini mediate degli schermi.
L’estrema violenza del film non è compiacimento, ma analisi radicale. Pasolini ci impedisce ogni conforto estetico: lo spettatore è messo in una posizione scomoda, quasi colpevole, costretto ad assistere.
In questo, Salò anticipa una questione che oggi è esplosa: l’abitudine alla visione del dolore altrui. Scorriamo immagini di torture, naufragi, bombardamenti sui social con lo stesso gesto con cui passiamo a un video di ricette o a una pubblicità. La barbarie, nel nostro tempo, non è più solo ciò che accade, ma anche il modo in cui ci abituiamo a guardarla.
Il film parla inoltre di un potere che vuole controllare non soltanto i corpi, ma anche i desideri. Nella villa tutto è regolamentato: ciò che si può fare, ciò che si deve provare, persino ciò di cui si deve ridere.
Oggi il controllo non passa più attraverso l’ordine gridato, bensì attraverso l’algoritmo che seleziona ciò che vediamo, propone cosa desiderare, misura la nostra attenzione. Il potere non impone dall’alto, ma si insinua nei nostri gusti, li guida, li monetizza. Salò ci ricorda che il dominio perfetto è quello che entra nella sfera più intima: il corpo, il piacere, la vulnerabilità.
C’è poi la dimensione del consumo. I ragazzi e le ragazze del film sono, letteralmente, “consumati”: la metafora è brutale, ma oggi appare meno distante di quanto si vorrebbe. Una società che misura tutto in termini di prestazione, produttività, efficienza – dal lavoro alla scuola, persino alle relazioni affettive – finisce per trattare le persone come risorse da spremere fino all’esaurimento. Burnout, ansia da performance, competizione permanente sono forme meno eclatanti, ma non meno profonde, di quella stessa logica.
Rivedere Salò alla Malatestiana, in un luogo di cultura pubblica e di confronto, significa anche opporsi alla solitudine dello schermo privato. Il film chiede uno sguardo collettivo, una discussione condivisa, la possibilità di nominare ciò che ci disturba. In un’epoca in cui l’indignazione dura il tempo di un post, ritagliarsi due ore per affrontare un’opera così respingente è già un atto politico.
L’attualità di Salò sta dunque nel metterci davanti a una domanda imbarazzante: fino a che punto partecipiamo, anche passivamente, a un mondo che tollera la trasformazione dei corpi in merce e del dolore in spettacolo? Pasolini non offre risposte, non consola, non redime. Ma proprio per questo, quasi cinquant’anni dopo, il suo film resta uno specchio che sarebbe pericoloso smettere di guardare.
