Nel giro di poche edizioni, Sanremo aveva trovato il modo di aprire una finestra anche sulla nostra identità musicale. Basti pensare a Sanremo 2024, quando l’Ariston si trasformò – parole e atmosfera alla mano – in una grande balera, celebrando i 70 anni di “Romagna mia”: sul palco arrivarono l’Orchestra Santa Balera e l’orchestra di Mirko Casadei, in un omaggio che legava il Festival al patrimonio del liscio e alla storia dei Casadei.
Quell’immagine – la platea che batte le mani sul ritmo romagnolo, il richiamo a Secondo Casadei e a un brano diventato quasi “civile”, capace di riemergere nei momenti difficili come simbolo di comunità – era stata più di una parentesi folkloristica: un riconoscimento esplicito del fatto che la canzone italiana non nasce solo nelle classifiche, ma anche nelle sale da ballo, nelle piazze, nelle orchestre che tengono insieme generazioni diverse.
Ecco perché Sanremo 2026 suona, per molti romagnoli, come un’edizione “più lontana”. Guardando l’elenco ufficiale dei Campioni e delle Nuove Proposte, infatti, non emerge alcun legame diretto con la Romagna: nessun artista in gara risulta nato o cresciuto nelle nostre province, né il cast sembra portare in dote – almeno per ora – un gancio dichiarato al mondo del liscio, a quella tradizione popolare che nel 2024 era stata messa al centro della scena.
Certo, il Festival resta una macchina in movimento e le serate possono riservare sorprese. Ma, a due passi dall’inizio, l’impressione è chiara: quest’anno la Romagna non “gareggia”, non si riconosce in un nome, in una storia, in un accento da rivendicare.
E dopo aver visto l’Ariston ballare “Romagna mia”, l’assenza pesa di più: perché quando ti fanno sentire a casa, poi te ne accorgi subito quando quella casa… chiude la porta.