Negli ultimi mesi, ogni annuncio di chiusura di un’attività locale sembra innescare lo stesso copione: post condivisi, commenti amareggiati, nostalgia per il “paese di una volta” e un senso diffuso di impotenza. Ma, secondo Sara Romagnoli – presidente del Comitato di quartiere Centro-Boschetto e titolare del negozio di abbigliamento Safarà – fermarsi alla tristezza non basta. Anzi, rischia di diventare un alibi. “Sotto quei post leggo tante persone dispiaciute per la desertificazione dei negozi – osserva – e mi chiedo se chi commenta si renda conto di essere spesso tra le cause di ciò che sta accadendo”.
Il nodo, per Romagnoli, è la distanza crescente tra ciò che si dichiara e ciò che si fa: da una parte l’indignazione per le serrande abbassate, dall’altra la scelta, sempre più automatica, di acquistare online “per comodità e per un presunto risparmio, che spesso non è reale”.
Un’abitudine che non nasce dal nulla, ma che dal periodo Covid in poi si sarebbe consolidata fino a diventare stile di vita. “La gente ha imparato a vivere in un certo modo, seduta sul divano, con la percezione di una falsa libertà: quella di avere tutto subito senza doverlo andare a cercare”, sostiene. E in questo “tutto subito” Romagnoli legge anche una perdita di valori quotidiani: socialità, passeggio, incontro, scambio. “Si sono persi i valori dello stare insieme, del passeggiare e fare shopping, dell’entrare nelle attività dove ci sono persone pronte ad accoglierti”.
Per chi, come lei, vive il commercio di vicinato ogni giorno, la differenza non è astratta: è fatta di volti, relazioni, piccole attenzioni. Romagnoli racconta un’altra parte di paese, quella che ancora cerca un’esperienza umana, oltre al prodotto: “Sono grata alle persone che entrano nella mia attività consapevoli di trovare qualcosa di carino da acquistare, adatto alle proprie tasche, senza inganni e senza falsi sconti”. Ma il punto, chiarisce, non è solo la merce: “Trovano ascolto, un caffè, una persona con cui scambiare due chiacchiere perchè i nostri negozi sono, prima di tutto, presidi di comunità, luoghi dove si compra, certo, ma soprattutto dove ci si riconosce”.
Romagnoli guarda però con preoccupazione anche al modo in cui tanti commercianti stanno reagendo alla pressione dell’online. “Osservando i social mi sono accorta che si sta andando alla deriva: vedo colleghi che, per contrastare i colossi della vendita online, si sono ridotti a fare video beceri, al limite del ridicolo, inscenando commedie solo per far vedere che esistono”.
Per lei questa strategia è un boomerang: “Il nostro lavoro non può essere ridicolizzato in questo modo. Vedo poca serietà e poca professionalità, quelle che nel lungo periodo ripagano di più”. E, accanto alla comunicazione improvvisata, segnala un altro problema: “Vedo anche persone aprire attività senza avere la minima idea di come si gestisca un’impresa”. Competenza, pianificazione e cultura del lavoro – insiste – “non sono dettagli, ma condizioni di sopravvivenza”.
Nel suo ragionamento entra anche il ruolo delle associazioni di categoria, chiamate in causa per l’assenza di iniziative “realmente convenienti” per le attività: “Non hanno mosso un dito per creare qualcosa di utile”, afferma con amarezza. Eppure, dice, le idee non mancherebbero. A frenare, semmai, sarebbe un clima locale che rende difficile perfino sedersi a un tavolo: “I commercianti vivono assurdamente in uno stato di perenne rivalità, dentro una guerra tra poveri che nessuno può vincere se non si creano legami e sinergie”.
Il messaggio finale è diretto: se si vuole evitare che i centri si spengano, non basta condividere post di nostalgia. Serve coerenza nelle scelte, rispetto per il mestiere e un cambio di mentalità che riporti valore al territorio. Perché, conclude Romagnoli, “la vitalità di un paese non dipende solo dalle vetrine illuminate, ma dalle relazioni che quelle vetrine riescono ancora a tenere accese”.