A Cesenatico, prima ancora dell’inaugurazione, il nuovo ristorante affacciato sul porto canale è già diventato un caso pubblico e politico. Al centro della bufera c’è il nome associato al progetto del locale, “Mignotta Maledetta”, giudicato da molti goliardico, da altri provocatorio e da altri ancora apertamente offensivo.
A sollevare con forza la questione è stato Davide Fabbri, blogger ed ex consigliere comunale di Cesena, che ieri ha affidato a un duro intervento pubblico tutto il proprio sdegno per una scelta definita “sessista”, “volgare” e “lesiva della dignità delle donne”.
Secondo Fabbri, non si tratterebbe affatto di una semplice trovata di marketing sopra le righe o di una boutade in stile romagnolo, ma di un messaggio grave, che calpesta con superficialità il rispetto dovuto all’universo femminile. Nel suo affondo, l’ex consigliere punta il dito non soltanto contro il nome del locale, ma anche contro il contesto in cui è stato lanciato pubblicamente, cioè l’8 marzo, data simbolica per eccellenza nella riflessione sui diritti e sulla condizione delle donne. Da qui la denuncia di una deriva culturale che, secondo lui, “finisce per normalizzare linguaggi insultanti e stereotipi degradanti”.
Parole pesanti, che hanno immediatamente acceso il dibattito in città e sui social, dividendo opinione pubblica e addetti ai lavori. Da una parte chi ritiene che ci siano limiti che non dovrebbero essere superati neppure in nome della provocazione commerciale; dall’altra chi legge la vicenda come l’ennesima esplosione di moralismo attorno a una scelta volutamente irriverente.

Ed è proprio su questo secondo fronte che si colloca la replica di Mirko Pavirani, uno dei due soci del locale, che respinge al mittente ogni addebito. “Le dichiarazioni di Davide Fabbri sono assolutamente gravi, esagerate e inaccettabili”, è in sostanza la linea dei titolari. Pavirani contesta con decisione l’idea che il ristorante possa essere associato a un messaggio di odio o disprezzo verso le donne. “Dire che nel nostro locale si fomenta odio femminile è un’accusa troppo grave”, è il senso della controreplica.
Ma c’è anche un altro punto, sul quale i gestori insistono con forza: secondo i soci, è falso affermare che sul porto canale di Cesenatico abbia aperto o stia per aprire un ristorante che si chiama “Mignotta Maledetta”. Il nome visibile all’esterno del locale, ricordano, non sarà infatti quello. L’insegna commerciale, già nota, riporterà la dicitura “M.M.” con il logo di un Anatra e di un Cuore. E questo significa, osservano, che chi passerà davanti al ristorante — famiglie, bambini, mamme col passeggino, clienti e turisti — vedrà semplicemente un locale con quel nome e con quel logo, non altro.
Secondo la ricostruzione dei soci, “Mignotta Maledetta” non è dunque il nome esposto del ristorante sul porto canale, ma la storia che sta dietro alla sigla M.M., una storia che verrebbe raccontata a chi entrerà nel locale e vorrà conoscerne l’origine. In questa versione, quindi, il punto non sarebbe un’insegna offensiva esibita nello spazio pubblico, bensì un racconto interno, legato a una vicenda personale da cui discende il progetto identitario del locale.
Non solo. Nella ricostruzione dei titolari, la polemica nascerebbe anche da una lettura distorta del significato stesso di quell’espressione. Il termine, osservano, è al singolare e non al plurale: non parla delle donne in generale, non allude all’universo femminile nel suo complesso. Al massimo, sostengono, “si riferisce a una sola persona, dentro una vicenda precisa che parla di rispetto e amore”. Per altro quella donna, interpellata direttamente, si sarebbe dichiarata non offesa. Per i gestori questo elemento basterebbe già a ridimensionare radicalmente la portata delle accuse.

Secondo Pavirani, insomma, per capire davvero il senso del nome bisognerebbe leggere l’intera storia da cui nasce, che a loro dire racconta esattamente il contrario di quanto viene imputato al locale. Non un attacco al mondo femminile, ma un episodio personale, ironico, affettivo, volutamente sopra le righe.
“Se si vuole a tutti i costi fare polemica o inasprire gli animi, allora si finisce per travisare il significato delle parole”, è il ragionamento che emerge dalla replica. “Altrimenti alle parole bisogna dare il giusto peso”. In questa chiave, aggiungono i soci, se davvero qualcuno potrebbe dirsi chiamato in causa da quel soprannome, quella persona sarebbe una soltanto e non certo l’intero mondo femminile.
Per Pavirani, dunque, la vicenda è stata caricata di significati che nulla avrebbero a che vedere con le reali intenzioni dei promotori. L’obiettivo, sostiene, non era offendere o provocare discriminazione, ma giocare sul registro dell’ironia, della dissacrazione e di una certa leggerezza tipicamente romagnola. “Siamo sportivi, accettiamo tutte le critiche”, è il ragionamento dei soci, “ma che un politico venga a farci la lezioncina è inammissibile”. Nella loro lettura, la politica avrebbe mostrato ancora una volta il suo volto peggiore: “Quello che esaspera gli animi, alza i toni, cerca lo scontro e finisce per vedere negatività anche dove – a loro dire – ci sarebbe soltanto goliardia”.
Uno scontro, insomma, che da commerciale è diventato simbolico. Perché il punto non è più soltanto il nome di un ristorante, ma il confine tra libertà di iniziativa, provocazione, cattivo gusto e responsabilità pubblica delle parole. E il caso rischia ora di spostarsi dal piano del confronto politico e mediatico a quello legale. I soci, infatti, fanno sapere che stanno valutando azioni legali, ritenendo che anche nella polemica pubblica esista un limite da non superare. Un ulteriore capitolo in una vicenda dai contorni sempre più boccacceschi, dove ironia, indignazione e scontro politico si intrecciano sullo sfondo del porto canale, trasformando un’insegna in un caso cittadino.
