Riceviamo e volentieri pubblichiamo
“Ogni anno la stessa storia. Ultime settimane di scuola, interrogazioni a raffica, verifiche concentrate tutte insieme, compiti, recuperi, ansia generale. E tutto questo mentre, in una località turistica come la nostra, centinaia di ragazzi stanno già lavorando.
Possibile che nessuno, dentro certe scuole, riesca a capire il territorio in cui viviamo?
Parliamo soprattutto degli istituti tecnici e turistici della zona, quelli che dovrebbero essere più collegati al mondo del lavoro. Dalla seconda superiore in avanti, quindi già dai 16 anni, tanti ragazzi iniziano a lavorare negli stabilimenti balneari, nei bar, nei ristoranti, negli hotel, nelle attività stagionali che già a maggio sono aperte e operative. Non per hobby. Non per “fare due soldi”. Ma per responsabilità, esperienza e spesso anche per aiutare le famiglie.
E invece di essere valorizzati, vengono trattati quasi come se stessero facendo qualcosa di sbagliato.
Se uno studente dice che lavora, spesso viene guardato male. Come se il lavoro fosse un ostacolo alla scuola e non una parte fondamentale della crescita personale. Come se imparare a stare dietro a un banco fosse l’unica forma di educazione possibile.
La verità è che questi ragazzi fanno giornate pesanti.
Scuola la mattina, lavoro nel pomeriggio e nel week-end. E nonostante questo cercano comunque di andare avanti, di studiare, di essere presenti. Meritano rispetto, non penalizzazioni.
Invece, proprio nelle ultime due settimane dell’anno, si concentra tutto: interrogazioni, verifiche, voti da chiudere. Una corsa folle che sembra completamente scollegata dalla realtà del territorio.
Eppure siamo in Riviera. Viviamo di turismo. L’economia locale gira grazie anche a quei ragazzi che iniziano presto a lavorare, imparano un mestiere, fanno esperienza con il pubblico, si responsabilizzano. Sono ragazzi che stanno già entrando nel mondo reale.
La scuola dovrebbe accompagnarli, non ostacolarli.
Nessuno dice di regalare voti o abbassare il livello. Ma un minimo di comprensione sì. Un minimo di elasticità. Un minimo di dialogo con il territorio. Perché continuare a ignorare questa realtà significa non aver capito dove si insegna.
La scuola moderna dovrebbe viaggiare a braccetto con il mondo del lavoro, soprattutto in una città turistica. Dovrebbe insegnare anche il valore dell’esperienza pratica, della responsabilità, del sacrificio. E invece troppo spesso sembra vivere in una bolla.
Cari professori, tranquillizzatevi: la scuola ormai è finita.
E forse sarebbe il caso di iniziare a guardare con più rispetto quei ragazzi che, mentre studiano, stanno già imparando anche a lavorare per aiutare le famiglie sempre più in difficoltà e per costruirsi un futuro”.
Lettera firmata