7 Novembre, 2026 Cesenatico

Secondo Casadei, 120 anni dopo: oggi a Savignano la Romagna celebra il suo narratore più autentico

Il 1° aprile ricorrono i centoventi anni dalla nascita di Secondo Casadei, il più efficace narratore della Romagna novecentesca. Non si tratta soltanto di un anniversario musicale, ma di un richiamo identitario. Casadei non ha semplicemente composto valzer, polche e mazurche: ha dato voce a una terra che, fino ad allora, parlava sottovoce della propria riconoscibilità e cercava un modo per raccontarsi.

Per questo il compleanno del Maestro, oggi pomeriggio, sarà celebrato a Savignano sul Rubicone, dove visse, con un piccolo concerto all’aperto in programma alle 16 davanti alla sede delle edizioni musicali Casadei Sonora, in via della Pace 28. 

Non una commemorazione formale, ma una festa popolare, aperta gratuitamente al pubblico, nel segno più autentico della sua lezione. A partecipare saranno artisti di diverse generazioni, a richiamare insieme tradizione e attualità del liscio: Emisurela, il Gruppo Folk Italiano “Alla Casadei” e Le Sirene Danzanti. L’iniziativa nasce per volontà di Riccarda Casadei, figlia di Secondo, che, giovanissima, fu segretaria organizzativa della celebre orchestra e che, assieme alle figlie Lisa e Letizia, custodisce oggi l’eredità musicale e culturale del padre.

In questo sta il senso più profondo dell’evento: ricordare Secondo Casadei riportandolo tra la sua gente, dentro quella dimensione comunitaria che fu la vera sostanza della sua musica. “Romagna mia”, composta nel 1954, inno della regione e canto di un popolo, è esempio della capacità rara di trasformare la quotidianità in patrimonio collettivo. 

Nato nel 1906 a Sant’Angelo di Gatteo, Casadei crebbe in una Romagna contadina, dove il ritmo delle stagioni scandiva quello delle esistenze. Un mondo povero, ma non misero; duro, ma non disperato. Si viveva soprattutto in campagna. Le città, molto meno popolose delle attuali, erano urbanizzate in cerchi concentrici che identificavano i ruoli sociali: all’esterno stavano gli ortolani, poi, via via, gli artigiani, i commercianti, i professionisti, fino agli eleganti palazzi abitati dai possidenti. Le ciminiere delle fabbriche, allocate nei centri, guardavano all’agognato sviluppo industriale. La politica era onnipresente, coinvolgente e spesso furiosa; le differenze economiche e sociali accendevano gli animi. La cooperazione, nelle sue diverse ispirazioni, dispensava speranza e insegnava a condividere lavoro ed esistenze.

Era un universo complesso, che conosceva fatica e festa, e che nella musica trovava respiro. Casadei se ne rese conto fin da ragazzo: studiò violino, ascoltò le orchestrine che animavano le sagre, capì che la musica era passione, ma anche servizio alla comunità. Quando fondò la propria orchestra, nel 1928, non immaginava di creare un fenomeno culturale destinato a durare oltre un secolo. Intendeva soltanto far ballare la gente. Le esibizioni nelle campagne erano un rito collettivo: si montavano le pedane, si accendevano le lampadine, si beveva un bicchiere, si aspettava che il violino del Maestro di Sant’Angelo desse il via. C’era vita, e Secondo la restituiva senza sentirsi diverso dal suo pubblico. Le sue composizioni non erano esercizi di stile, ma fotografie sonore.

Per la Romagna del Novecento, le sue canzoni furono molto più che intrattenimento. Raccontavano la malinconia lieve, la gioia delle feste, la dignità del lavoro, i sentimenti come bussole della vita quotidiana. “Romagna mia” è l’esempio più fulgido di questa alchimia. È stata spesso definita un brano folcloristico. In realtà è un pezzo di identità collettiva: parla di nostalgia, di appartenenza, di un legame con la nostra terra che ci rende felicemente eguali. Fu con quella canzone che un popolo scoprì di poter contare su un manifesto unificante, in quel decennio a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta in cui esplodevano benessere, turismo, traffico su gomma e la concreta possibilità di frequentarsi, da Portico a Cesenatico, da Brisighella a Riccione.

Secondo amava la disciplina del mestiere. Si riteneva artigiano; sorrideva se lo si definiva artista. Eppure, la sua musica e le sue strofe hanno insegnato che la tradizione non è un museo, ma un organismo vivo. Hanno dimostrato che le cose semplici, se autentiche, possono diventare universali. Ed è anche per questo che l’appuntamento di Savignano ha un valore che va oltre il ricordo: celebra una continuità, un’eredità ancora attiva, un linguaggio che continua a parlare al presente.

Non a caso Casadei Sonora è oggi promotrice o partner di importanti iniziative culturali. Tra queste c’è “Cara Forlì”, la rassegna musicale e culturale che il Comune di Forlì organizza nel mese di settembre fin dal 2021 con il supporto della Regione Emilia-Romagna. Secondo il giudizio di molti addetti ai lavori, artisti e musicisti in primo luogo, proprio “Cara Forlì” ha acceso la scintilla che ha portato alla richiesta all’Unesco di riconoscere il liscio come patrimonio culturale dell’umanità.

Così, nel pomeriggio di oggi, Savignano non festeggerà soltanto una data. Festeggerà una voce che appartiene ancora a tutti. Perché Secondo Casadei, a 120 anni dalla nascita, continua a ricordare alla Romagna chi è stata e, forse, anche chi può ancora essere.

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