C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra presiedere e partecipare. Nell’ultimo Consiglio comunale di Cesenatico, quella soglia per un attimo è stata sfiorata — qualcuno dice superata — quando la Presidente Cristina Baiardi, replicando a un consigliere di minoranza che reclamava tempi più ampi per intervenire, ha chiosato: “sì, a teatro”. Una battuta? Forse. Ma il contesto l’ha caricata di senso.
Pochi minuti prima, infatti, il capogruppo del Pd Mario Drudi aveva rinfacciato al centrodestra la “spettacolarizzazione” del processo sulla scissione di Gesturist con un incontro al teatro comunale di Cesenatico. Il cortocircuito è servito: l’allusione della Presidente – che pure ha tentato di spiegare in maniera più innocente quella boutade – è parsa una sponda politica, non un richiamo d’aula.
Qui sta il punto. Baiardi rivendica — e non a torto — di essere, oltre che Presidente, anche consigliere comunale: il regolamento, dunque, non le sottrae certo la parola. Ma la domanda non è se “può”, bensì quando e come.
Per sciogliere l’enigma ci siamo affidati alla “bussola” di Luigi Di Placido, politico cesenate di lungo corso, fine conoscitore di tecniche e procedure istituzionali e, biografia politica alla mano, anima equidistante tra destra e sinistra.
“Premesso che ogni comune ha un suo regolamento per il consiglio comunale e le commissioni consiliari – spiega Di Placido – e dunque, a rigor di diritto, bisognerebbe accertarsi cosa dice con esattezza quello del Comune di Cesenatico, il comportamento della presidente del consiglio, a livello generale, non mi è parso del tutto consono. Non perché alla Presidente sia vietato parlare, ma perché l’etica dell’imparzialità esige che, quando desidera entrare nel merito politico, lo faccia dopo aver delegato la conduzione al Vicepresidente, scendendo idealmente dalla cattedra per sedersi tra i banchi del gruppo di appartenenza. Allora sì: intervento pieno, responsabile, a viso aperto. Diversamente, ogni frase sostanziale o anche solo allusiva pronunciata dal seggio della presidenza — accanto al Sindaco e col martelletto in mano — suona come un po’ fuori copione. In punta di diritto, dunque, censure formali non ne vedo, ma il bon-ton istituzionale suggerirebbe una maggiore prudenza”.
Va detto, a onor del vero, che questa modalità – scritta in calce ad esempio nel regolamento comunale di Cesena (articolo 9 comma 3) – nella storia amministrativa recente di Cesenatico, non si è mai vista (ma questo non significa che, per quanto non applicata, non sia la formula istituzionalmente più etica e corretta).
Allo stesso modo, va riconosciuto che fare l’arbitro non è mai semplice: cronometro in mano, microfono aperto e aula incandescente, la Presidente deve zittire chi sfora e rimettere ordine quando il dibattito travalica. È un equilibrio sottile tra garbo e rigore e i suoi richiami, per quanto scomodi, appartengono ad una ritualità scritta in primis nelle regole. Dunque, ci sono spesso attacchi ingenerosi e, a volte, malumori più o meno comprensibili. Poi ci sono gli episodi controversi e, in quei casi, in politica come nel calcio, ci viene in soccorso il Var. Che, come stavolta (vedi il video) qualche dubbio lo alimenta.
Resta il punto essenziale: per statuto, la funzione del presidente del Consiglio è garantire equidistanza e favorire toni misurati, non alimentarli. Tanto più quando l’aula è tesa e le memorie recenti — Gesturist, teatro, processi veri o mediatici — rendono ogni parola una scintilla.
La morale, in sintesi: un “sì, a teatro” può strappare un sorriso; in Consiglio, però, rischia di opacizzare la neutralità che serve a tutti. Alla prossima seduta, meglio mantenere ruoli chiari e un confronto ordinato: la presidenza come garante del metodo, i gruppi politici liberi di argomentare nel merito. Con rispetto reciproco e senza colpi di… teatro.