“Sono entrato qui in barella e oggi uscirò in ginocchio”. Una frase che colpisce e che racconta meglio di qualsiasi statistica una situazione che lascia increduli.
Il protagonista è Alan Erro, 45 anni, volto molto noto di Cesenatico (è lo storico gestore de L’Isola del Sole di viale Roma), ricoverato da cinque mesi all’ospedale di Montecatone (Imola) dopo un grave incidente avvenuto il 10 gennaio scorso durante un lancio con il paracadute a Reggio Emilia: “Ho fatto un piccolo errore e sono finito sull’unica lingua di cemento della pista di atterraggio”.
La prognosi è pesantissima: sedici costole fratturate, coccige rotto, una vertebra lesionata con un interessamento marginale del midollo spinale. Una passione coltivata da anni, con oltre 400 lanci alle spalle, trasformata in tragedia da un errore banale.
Dopo l’intervento chirurgico a Reggio Emilia, il trasferimento a Montecatone per il lungo percorso di riabilitazione. Ed è proprio qui che Alan Erro tiene a sottolineare l’eccellenza di una struttura che gli ha consentito di rimettersi in piedi e di recuperare progressivamente la funzionalità delle gambe: “Qui mi hanno rimesso in piedi. Ho trovato professionisti straordinari e non posso che ringraziarli”, spiega.
Ed è proprio per questo che il paradosso appare ancora più assurdo.
Dopo cinque mesi di riabilitazione, infatti, è arrivato il momento delle dimissioni (“Il 18 giugno puoi tornare a casa…” gli hanno detto). Una buona notizia, almeno in teoria. In pratica, però, il 45enne si ritrova senza alcuno degli ausili indispensabili per affrontare la vita di tutti i giorni.

Niente carrozzina. Niente tutori per le gambe. Nessun tripode. Nessun bastone ortopedico. Nessun presidio temporaneo in prestito: “Mi è stato detto che gli ausili non sono ancora pronti e che l’autorizzazione da parte dell’Ausl non è arrivata. Ma allora, io che mi reggo in piedi a stento, come faccio a tornare a casa?”, si domanda.
La risposta, per quanto surreale, è che dovrà arrangiarsi: “Mia moglie verrà a prendermi. Caricheremo la macchina e io uscirò da qui in ginocchio, strisciando fino all’auto, perché in piedi da solo non riesco a stare. È una situazione umiliante”.
Parole che fanno riflettere e che aprono interrogativi inquietanti. Possibile che una persona con lesioni al midollo, dopo cinque mesi di ricovero, venga dimessa senza neppure una carrozzina provvisoria? Possibile che non esista un sistema sanitario in grado di garantire almeno gli strumenti minimi per consentire a un paziente di tornare a casa in sicurezza?
Lo stesso Alan racconta di essersi dovuto acquistare di tasca propria un deambulatore. “Se non avessi avuto la possibilità economica di farlo, cosa sarebbe successo? Sarei rimasto chiuso in casa senza poter uscire”.
Non c’è rabbia nei confronti di Montecatone, anzi. C’è riconoscenza verso chi, in questi mesi, gli ha restituito la speranza di tornare a camminare. Ma c’è anche l’amarezza per un sistema che rischia di vanificare, almeno dal punto di vista umano, mesi di sacrifici e di lavoro: “Fra pochi giorni comincerò la rieducazione motoria a Cesenatico – aggiunge – ma mi chiedo in che modo raggiungerò l’ospedale tre volte la settimana…”.
Insomma, se una delle migliori strutture riabilitative italiane riesce a rimettere in piedi un uomo e poi quel medesimo uomo è costretto a lasciare l’ospedale strisciando sulle ginocchia, allora qualcosa, evidentemente, si è inceppato. E non è accettabile che nel 2026 accada ancora: “Voglio raccontare questa storia – conclude Alan – perchè queste situazioni, che purtroppo non sono così rare, non si possono accettare. Chi entra in queste strutture già deve rinunciare a gran parte della sua dignità. Ma questo scaricabarile del sistema sanitario è un prezzo da pagare ancora più umiliante”.