L’“Europa” questa volta parla con due voci. Da una parte la Commissione europea, che ha contestato all’Italia pratiche discriminatorie nei confronti degli insegnanti a tempo determinato, a partire dalla progressione economica non riconosciuta come ai colleghi di ruolo.
Dall’altra il Consiglio d’Europa – che non è l’Unione europea, ma l’organizzazione che vigila sui diritti sociali – con il Comitato dei diritti sociali: nella decisione resa nota il 22 dicembre 2025, l’Italia viene richiamata sul sostegno perché un’elevata percentuale di docenti lavora con contratti precari e una quota significativa non ha potuto seguire la formazione necessaria, con ricadute anche sul diritto degli alunni con disabilità a un’inclusione scolastica effettiva.
È un segnale politico: il sostegno non è più solo una questione di organici e graduatorie, ma un indicatore di qualità dei diritti. Quando da Strasburgo si scrive che la precarietà può diventare violazione, la discussione smette di essere tecnica e diventa pubblica.
Quel richiamo non resta nei palazzi. Scende nelle aule. A Cesenatico, dove la questione è ben nota alle istituzioni comunali, gli “appelli” pubblicati per coprire incarichi di sostegno in corso d’anno raccontano una fatica quotidiana: il 24 ottobre 2025 l’Istituto comprensivo “Cesenatico 1” ha cercato personale per un posto di sostegno alla primaria dal 28 ottobre fino al 30 giugno. Tradotto: continuità fragile, perché si entra quando l’anno è già partito e si riparte da capo l’estate successiva. Sullo sfondo i docenti delle Cooperative, alle prese con contratti deboli in cui le tutele ed i diritti non sono quasi mai garantiti: stabilizzazioni che non arrivano, formazione non sempre accessibile, percorsi di specializzazione insufficienti rispetto al fabbisogno, persino l’impossibilità di utilizzare il servizio mensa.
Il quadro nazionale richiamato dal Comitato – “metà dei docenti di sostegno è precaria” e molti sono senza specializzazione – spiega perché anche una città possa ritrovarsi con posti scoperti e sostituzioni ripetute.
In più, i posti “in deroga” che ogni anno si aggiungono per rispondere alle necessità spesso alimentano la catena delle supplenze: utili per far partire il servizio, meno per costruire stabilità.
Per le famiglie significa ripetere ogni anno la stessa storia: conoscere da capo l’insegnante, ricostruire la relazione educativa, rinegoziare obiettivi e strumenti. Per chi lavora sul sostegno, invece, significa vivere di scadenze, convocazioni e trasferimenti, con la professionalità costretta a inseguire l’emergenza invece di costruire inclusione.
È qui che la bacchettata trova senso: non un atto “contro” l’Italia, ma un promemoria su ciò che dovrebbe essere non negoziabile. E finché a Cesenatico – come altrove – il sostegno resterà appeso a supplenze e deroghe, l’Europa continuerà a vedere non solo un problema amministrativo, ma un diritto incompiuto.